Quella testata di Zidane alla grandeur

Viva Zinedine Zidane. Lo dico senza nessuna ironia.
Per uno scrittore, e quindi per un uomo normale (che è quello che uno scrittore aspira ad essere - troppo facile essere anormali), ci sono più cose nella testata a Materazzi con la quale Zizou ha concluso la sua strabiliante carriera che in tutta la retorica di questi Mondiali.
Pochi minuti prima del fattaccio, lo ricordo, Zidane stava per riconsegnare alla Francia la Coppa del Mondo con un'altra testata, alla quale ha risposto, a nome di noi tutti, il grande Gigi Buffon.
Evidentemente Zizou aveva qualcosa in testa, e con la testa doveva, in un modo o nell'altro, tirarla fuori.
Di cosa sto parlando? Sto parlando di un Paese, la Francia, che sperava - fragile speranza - nella vittoria a questi Mondiali per alleggerire la terribile tensione sociale che sta vivendo.
Sto parlando di un Paese che per decenni, pazientemente, ha costruito, con una vocazione al suicidio meritevole d'indagine, il dramma nel quale si trova oggi.
I quartieri-dormitorio grandi come città a nord di Parigi; l'impostazione del problema dell'immigrazione come questione di ordine pubblico; la separazione della popolazione bourgeoise francese da quella dei reietti; la vergogna del Paese rispetto a un'emergenza-povertà che non può più essere nascosta. E, soprattutto, una cultura che ha spesso trasformato l'immigrazione e il disagio in una questione estetica, cinematografica, o etnografica, insomma in un «discorso» sul sociale. Ecco alcuni elementi della tragedia.
Parigi, una delle città che io (come tutti) amo di più, la città dove io vorrei vivere, e dove unªa polizia efficientissima sa tenere separata la vita del ricco e del turista da quella della gente povera, ha creduto che la sua vocazione cosmopolita si potesse ridurre a un atteggiamento culturale: librerie, spettacoli, ristoranti dove si può leggere, ridere, mangiare in tutte le lingue.
Ma il cosmopolitismo di Parigi, che ne ha fatto per decenni il porto franco, il rifugium peccatorum di tutti gli estremismi e di tutte le stravaganze, era un paravento culturale, un omaggio ai Lumi in realtà morti e sepolti, dietro il quale si nascondeva una realtà assai meno cosmopolita ma, piuttosto, ex-coloniale.
Rispetto a questi problemi, la Francia ha adottato sempre due pesi e due misure: sempre gauchista nella formazione delle coscienze, nelle manifestazioni culturali, e sempre saldamente di destra nella gestione dell'ordine pubblico. Queste due facce così diverse si sono sempre aiutate l'un l'altra, con francese ipocrisia, fino ad oggi.
Fino alla testata di Zidane.
I campioni del calcio francese (che non si sono dimostrati in nulla meno forti dei nostri) si chiamano Zidane, Makelele, Vieira, Abidal, Malouda, Dhorasoo, Diarra, Chimbonda, Saha, ed è fin troppo evidente che vengono dalla Terra di Nessuno delle banlieues o da quartieri disagiati, così come il francese-francese (e musulmano) Ribery, giocatore bravissimo che porta sulla faccia i segni del suo difficile passato.
Zinedine Zidane, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, ha fatto di tutto per dare la vittoria alla sua squadra e al suo Paese. Se ci fosse riuscito, avrebbe aiutato la Francia a prolungare il suo make-up sociale, a nascondere per un po' disagio e povertà agli occhi del mondo.
Ma non poteva durare. Io non so quello che Materazzi gli ha detto, ma so che la loro conversazione non era di argomento calcistico. A pochi minuti dalla fine, sarà stata la tensione, sarà stata la stanchezza, il fatto è che la realtà - che il dorato mondo del calcio ha cercato di tenere al difuori dei propri confini - ha fatto irruzione con tutta la sua forza.
La testata di Zidane (un gesto che come tale spunta, probabilmente, dall'infanzia del campione) ci dice com'è fatta la realtà, ci spiega che cos'è la Francia di oggi, ci racconta della vita difficile di un mondo che voleva dare di sé un'immagine bugiarda e utopistica, nella speranza che le circostanze favorevoli potessero trasformare poi queste benevole bugie in invidiabile realtà (la Francia ha un profondo bisogno di essere invidiata).
Con quel colpo che l'ha fatto uscire dal campo anzitempo, consegnando forse la vittoria all'Italia, Zidane ha compiuto un'azione che, da calciatore, l'ha trasformato in uomo politico. Cosa che è accaduta, nella storia, a pochissimi altri sportivi - Jesse Owens, Cassius Clay.
Io non giustifico la sua azione, però c'è, nella sua uscita dal campo, dopo l'espulsione, una grandezza che non trovo in nessun'altra immagine di questo Mondiale.