Quelle bombe «rimosse» dalla sinistra

Per decenni è passata la favola di un fascismo senza radici popolari. Ma il consenso c’era Per questo gli alleati usarono la strategia del terrore dal cielo

Le truppe italiane non avevano neanche attraversato il confine, che già, nella notte tra l’11 e il 12 giugno 1940, poche ore dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini alla Francia e all’Inghilterra, le prime bombe cadute dal cielo, a Torino, cominciano a uccidere tra la popolazione civile. Uno stillicidio, più o meno martellante a seconda delle vicende belliche, che continuerà fino al maggio 1945, quando già era stata dichiarata la resa: alla fine, secondo i dati dell’Istat, saranno 70.591 gli italiani uccisi sotto i bombardamenti in questi cinque anni. Cinque anni in cui, praticamente, non c’è città che scampi ai bombardamenti, da Torino e Milano al Nord, fino a Napoli e a Palermo, passando per Roma: solo in alcuni rari casi i centri storici vengono risparmiati. E a lungo, negli anni a seguire, non ci sarà comunità che non conservi la sua memoria del dolore, il ricordo di macerie e distruzione piovute dall’alto a volte in maniera incomprensibile, senza un’apparente ragione strategico-militare.
Apparente. Perché in realtà la campagna di distruzione aerea degli alleati contro la penisola segue un piano ben preciso che va al di là di specifici obbiettivi militari. Soprattutto dall’autunno 1942, gli Alleati decidono di aumentare la pressione sul «ventre molle» dell'Asse, per provocare la caduta del fascismo e l’uscita dell’Italia dalla guerra. Così, non è certo un caso che dopo l’arresto di Mussolini, i bombardamenti, anziché diminuire, aumentano, proprio perché vengono usati come arma psicologica per premere sul governo di Badoglio e arrivare all’armistizio. E, a volte, vengono usate anche armi non convenzionali, come il fosforo bianco altamente tossico.
«La caduta del fascismo e la conseguente uscita dell'Italia dall’alleanza con la Germania sono perseguite attraverso una politica di incursioni aree sapientemente programmate e dosate, che contribuiscono in modo rilevante allo sfascio del fragile sistema statale italiano. Quel che gli alleati si attendono e, invece, non si realizza è il cedimento totale del morale della popolazione civile, che sopporta la prova sul piano esistenziale, separando politicamente e psicologicamente le proprie sorti da quelle del regime»: Bombardate l'Italia. Storia della distruzione aerea 1940-1945 (Rizzoli, pagg. 575, euro 24) di Marco Gioannini e Giulio Massobrio, è una documentata ricostruzione della battaglia aerea che venne combattuta dagli Alleati contro l’Italia, che sicuramente non può essere paragonata a quella contro la Germania o contro il Giappone, ma che tuttavia ha avuto un’importanza storico-militare spesso sottovalutata in questi decenni. Perché, come spiegano gli autori, «in Italia si è esitato ad affrontare simili temi anche per il timore di trovarsi in imbarazzo a raccontare, spiegare e, nel caso, condannare distruzioni, stragi e tragici errori generati dalle campagne militari alleate durante la guerra da loro combattuta contro il nazismo e il fascismo. Tutto ciò che era servito a vincerla appariva legittimo e non criticabile». Tutto. Anche distruzioni come quella dell’Abbazia di Montecassino, «sciagurata follia»; anche l'accanimento contro la popolazione civile. Tutto, pur di distruggere il «mostro».
Da qui la rimozione della storia del dopoguerra, la costruzione di un tabù che non poteva essere affrontato, anche perché, nel frattempo, si era saliti, anche se a volo, sul carro del vincitore, portandosi però dietro la cattiva coscienza della «propria colpa» che ha impedito di affrontare le «colpe altrui». Non solo, ma riconoscere l’importanza e le conseguenze della guerra aerea contro l'Italia avrebbe provocato una diversa visione del consenso italiano al regime: se fu, come è stato, anche a causa dei massicci bombardamenti e del terrore che colpì la popolazione civile che il fascismo entrò in crisi, è chiaro che precedentemente quel consenso perduto c’era comunque stato. E che invece non «doveva esserci» per gli storici del dopoguerra che hanno costruito per decenni la favola di una dittatura piovuta dall’alto e che non affondava le sue radici in un corpo della nazione, invece, sano: «Quella presunzione d’estraneità degli italiani alle scelte del regime, che sembra dimenticare l’ampio consenso di cui gode il fascismo quando entra in guerra e come, a far mutare opinione agli italiani, non sia stata in definitiva la consapevole presa di coscienza degli errori commessi, ma la durezza della risposta del nemico».
E l’effetto dei bombardamenti si ripercuoterà, a lungo, anche nel dopoguerra, perché contribuirà a creare il mito della potenza invincibile e onnipotente degli Stati Uniti, che sostituiscono nell’immaginario collettivo italiano l’Inghilterra e la Germania: «è soprattutto la visione delle gigantesche formazioni di quadrimotori che sorvolano e spesso bombardano la Penisola a veicolare nell’immaginario degli italiani l’affermazione definitiva degli Stati Uniti come potenza egemone». Un mito che ha percorso i decenni, ha resistito alla Corea e perfino al Vietnam, per infrangersi soltanto contro le Torri Gemelle.