Quelle divergenze parallele sulla Telecom

Vittorio Mathieu

Un presidente del Consiglio e un rappresentante dei poteri forti che si accusano a vicenda di mendacio fanno notizia. Non prenderò posizione né per l’uno né per l’altro, ma cercherò di spiegare perché possa darsi che entrambi non siano in malafede del tutto. Lascio da parte la materia del contendere, perché di telecomunicazioni non m’intendo affatto. Per quel che mi riguarda, la parte di Telecom che si voleva scorporare potrebbe benissimo essere il settore «segnali di fumo». Ma m’intendo abbastanza dei modi di parlare e ho constatato più volte quanto abbia ragione Bergson, quando dice che noi comunichiamo, non grazie alle parole, ma nonostante le parole. Più parole si usano, meno si dice. A volte ne diciamo moltissime appunto per non dire nulla.
Nel far ciò - almeno una volta l’ho constatato di persona - Tronchetti Provera è un maestro. Lo sentii parlare a lungo, alla televisione, con eloquio forbito, ottime connessioni sintattiche e dovizia di particolari; ma, alla fine, mi accorsi che non aveva detto niente. Ora potrebbe credere di aver detto qualcosa a Prodi e che Prodi non se ne sia accorto.
Un finanziere, un diplomatico, un politico può darsi che nel parlare debbano o vogliano nascondere ciò che sanno; e, in questi casi, la tecnica migliore è parlare moltissimo. Prodi ha riferito in Senato: «Si è parlato solo di Murdoch». Ma parlando di Murdoch, in modo così impersonale, può darsi che Tronchetti Provera alludesse anche ad altro. Se lo ha fatto, avrà avuto le sue ragioni.
L’obiezione è che un politico dovrebbe saper leggere tra le righe, anche quando le righe sono fittissime e non lasciano spazio al silenzio. Prodi, se è sincero, non lo ha fatto. Ma può darsi benissimo che l’interlocutore creda di avergli fatto capire qualcosa, anche senza avergliela detta esplicitamente. Nel parlare per allusioni sono insuperabili i siciliani, ma anche noi settentrionali dobbiamo adeguarci. Una volta rimasi male perché mi accorsi che un siciliano aveva dato a una mia frase un significato che non aveva affatto: sospettai che nel mio discorso ci fossero allusioni che non sapevo di fare.
Ricordo un gioco da ragazzi, che insegna a coprire un’informazione sotto cumuli di parole. Chi è estratto a sorte pone una domanda a turno a ciascuno dei partecipanti, e questi devono includere nella risposta una parola, nell’ordine, di un proverbio molto noto. Quanto più il discorso è lungo tanto più difficile è trovarvi la parola, ma l’abilità sta nel rispondere a tono, senza divagare, in modo che la parola da scoprire si trovi nel suo luogo naturale.
I discorsi dei politici sono spesso analoghi: non occultano singole parole, ma dichiarazioni indirette che devono essere decifrate. Cercare singole parole sarebbe come cercare un ago in un pagliaio, ma nei pagliai di un tempo (lo dico a titolo di apologo) non c’erano aghi, c’erano, a volte, intere collezioni di uova. Le galline, tenute allo stato brado, ricorrevano a quell’astuzia per covare in tranquillità i loro discendenti, senza che l’allevatore prendesse le uova per portarle al mercato. Spesso, così, i contadini perdevano le uova senza acquistare i pulcini.
Le allusioni dei politici solo qualche volta (ad esempio nel caso di Tremonti) sono aghi aguzzi: più spesso sono uova che rischiano di marcire. Maestro di quel modo di parlare - che, pure, per chi sapeva intenderlo era chiaro - fu Aldo Moro. Pensando a lui, Prodi e Tronchetti Provera potrebbero comporre le loro divergenze parallele.