Quelle domeniche degli anni ’60

Marcello D’Orta

Secondo l’Enciclopedia libera Wikipedia, «i cattolici santificano la domenica attraverso la partecipazione all’Eucarestia, il riposo dal lavoro, la cura della propria famiglia e l’attenzione ai malati e ai sofferenti».
Io non so chi abbia scritto queste parole, ma - con tutto il rispetto - credo che sia un poco visionario.
Sì, un tempo veramente si andava a messa e si sospendevano le attività ordinarie (però, «l’attenzione ai malati e ai sofferenti» ho paura che sia stata sempre minima) ma questo accadeva non meno di trent’anni fa.
La domenica-domenica era la domenica degli anni Sessanta. Allora ci si svegliava tardi, si teneva il pigiama indosso fino ad una certa ora (le dieci, le dieci e trenta del mattino), poi si entrava nella vasca da bagno (era il famoso «bagno domenicale») e ci si dimenticava del mondo. A Napoli, dove sono nato, si preferisce il bagno alla doccia. La doccia - come dice De Crescenzo - è milanese: consuma meno acqua, impiega meno tempo, e permette di lavarsi meglio. Il bagno invece è napoletano. Nella vasca, il napoletano s’intalléa, cioè si attarda, e tiene tutto il tempo per pensare, per riflettere comodamente: il bagno «è un incontro con i pensieri».
Ci si faceva la barba con lentezza, passando e ripassando il pennello sulle guance e sul collo, e più il volume della schiuma aumentava più cresceva il benessere. In casa le donne alzavano sulla tavola le sedie, per lavare più agevolmente il pavimento, e ascoltavano a volume sostenuto la trasmissione radiofonica Gran Varietà, condotta da Johnny Dorelli.
Quindi la colazione. Niente di ricercato: caffellatte e biscotti, o semplicemente pane sale e olio, con una pummaròla (pomodoro) schiattata (schiacciata) ncoppa (sopra). Per uscire di casa si indossava la camicia fresca di bucato, si operava un’accurata scelta della cravatta, si sceglieva il vestito buono. Era mezzogiorno. Le campane scuotevano l’aria, chiamando tutti alla messa. E tutti veramente ci andavano alla messa, salutandosi per strada, e poi scambiando due chiacchiere a funzione terminata. Una sosta dal pasticcere era d’obbligo: che domenica sarebbe stata senza le paste? Al bar c’era la fila, perché la povera gente, i dolci, li vedeva (se pur li vedeva) solo la domenica e nelle grandi festività. E così per strada si incrociavano - tra l’una e l’una e mezza - amici, parenti, conoscenti o anche sconosciuti col loro «cartoccio» di paste: babà, sfogliatelle, cannoli, zeppole di San Giuseppe, dipendeva dalla ricorrenza.
A tavola era una festa. Tutta la famiglia si riuniva davanti alla zuppiera del ragù. Il ragù era stato «lavorato» il giorno prima per sei o sette ore: «La buonanima di mia madre diceva che per fare il ragù ci voleva la pazienza di Giobbe. Il sabato sera si metteva in cucina con la cucchiaia in mano, e non si muoveva da vicino nemmeno se l’uccidevano (...) senza il ragù la domenica non mi sembrerebbe domenica» (Eduardo De Filippo, Sabato, domenica e lunedì).
Nel primo pomeriggio ci si incollava alla radio per ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto. La città era come morta, le strade deserte, sembrava il day after, ma se aprivi il balcone udivi nell’aria ferma la voce di Roberto Bortoluzzi, Enrico Ameri, Sandro Ciotti (e immaginavi che attorno a quelle radio - nelle cucine, nei soggiorni, nelle camere da letto - c’era un gruppo di persone in trepidazione). Nelle grandi sfide (come da noi Napoli-Juve) si era soliti riunirsi con parenti o con amici: «Venite voi o veniamo noi? Perché tutti insieme (...) si aveva l’impressione di affrontare con più animo quella prova terribile, quei minuti di angoscia» (Luca Goldoni). E se per caso la squadra del cuore faceva gol, un urlo inumano (l’urlo di un quartiere) scuoteva i palazzi.
Alla sera venivano gli amici o i parenti, si stava in bella compagnia (cercando di tenere a bada i ragazzini che correvano di qua e di là), si discuteva del più e del meno, ma le risate non mancavano mai. Poi, a un dato momento dell’incontro (un momento scelto con strategia conviviale), si «cacciavano» le paste accompagnate da un bicchierino di Martini, di Marsala all’uovo o di Strega. La Domenica sportiva concludeva la giornata, e verso le 22 si andava tutti a letto.
Oggi, il giorno della famiglia, delle relazioni umane e degli affetti, è diventato il giorno della fuga dalla città, degli acquisti nei negozi, della beota e bruta visione di programmi tv, o della noia invalidante. Il giorno speciale (speciale soprattutto perché ci si incontrava con Cristo) è diventato un giorno banale; il giorno dei valori, tempo per sfrenarsi, stordirsi al frastuono di musiche di discoteche, o deprimersi per non aver fatto nulla di particolare.
Riprendiamoci la domenica, e riconquisteremo una parte di noi.
mardorta@libero.it