Quelle menzogne sulla centrale Enel di Civitavecchia

Franco Battaglia*

Ci fu un tempo in cui il carbone era definito «il migliore dei combustibili e il peggiore dei combustibili». Il migliore a causa del suo basso costo, e il peggiore a causa dell’inquinamento che conseguiva al suo uso. Oggi non è più così, ed è una gran fortuna visto che diventa sempre più indispensabile affidarsi a esso: la sfida tecnologica per una combustione rispettosa della salute e dell’ambiente è oggi vinta.
Le emissioni di particolato sono ora ridotte sino al 99,8% grazie all’uso di precipitatori elettrostatici o di speciali filtri; i sistemi di desolforazione dei fumi riescono a ridurre di oltre il 90% e sino al 99% le emissioni di ossidi di zolfo, e analoghe riduzioni si possono ottenere per gli ossidi di azoto. Riguardo a questi ultimi, bisogna tener presente che essi si formano, ovunque vi è una sorgente di calore, per diretta sintesi tra l’azoto e l’ossigeno che sono naturalmente presenti nell'aria: una massaia in cucina è esposta agli ossidi d’azoto che si formano in prossimità dei fornelli accesi più che a quelli di una centrale termoelettrica nei pressi di casa. Nel complesso, allora, tra una vecchia centrale che bruci olio combustibile e una nuova a carbone, la seconda è senz’altro preferibile.
Una obiezione fondata all’uso del carbone è - a parità di kWh prodotto - la maggiore emissione di Co2 dalla sua combustione rispetto alla combustione del petrolio (e, ancora di più, del metano). La Co2 è un gas-serra, le cui emissioni antropogeniche sono considerate la causa del riscaldamento globale che il pianeta sta vivendo: mezzo grado in più negli ultimi 100 anni. Quella dell’effetto serra antropogenico è una delle preoccupazioni più amplificate, sino all’isteria, dell'ultimo secolo. Personalmente, ritengo vi siano validi motivi per dubitare persino dell’esistenza del fenomeno. In ogni caso, la Co2 non è un inquinante e non può costituire alcun problema per le popolazioni vicine ad una centrale termoelettrica.
Gli abitanti di Civitavecchia, se fossero meglio informati e non subissero la disinformazione propagandata dai gruppi ambientalisti - spesso conniventi con politicanti (cosa che il presidente della Regione Lazio si sta rivelando essere) in cerca di facili consensi elettorali - anziché protestare contro la conversione di una inquinante centrale che brucia prezioso petrolio a pulita centrale che bruci economico carbone, dovrebbero reclamarla quella riconversione. I lavori, pare, sono stati concordati a ogni livello, centrale e locale, sono stati investiti centinaia di miliardi delle vecchie lire, sono già al lavoro più di mille tra tecnici e operai (e, con ogni probabilità altri se ne aggiungeranno) e, immagino, diverse decine di aziende locali vi sono coinvolte. La riconversione risponde alle esigenze nazionali della diversificazione, la cui importanza è stata più volte sottolineata dai responsabili politici d’ogni colore. Esclusi i Verdi, naturalmente, per i quali diversificazione significa, come sempre, diversità: siamo l’unico Paese del mondo industrializzato che non ha il nucleare e che brucia olio combustibile per produrre elettricità. Non a caso la paghiamo più cara di tutti al mondo.
* docente di Chimica dell’Ambiente

all’Università di Modena