Quelle «scommesse» così attuali di Shakespeare

Il 9 ottobre 1946 Wystan Auden, il poeta inglese più acclamato del tempo, iniziava presso la New School di New York un corso annuale sulle opere principali di William Shakespeare. La cosa era così straordinaria che lo stesso New York Times ne diede notizia con un paio di settimane di anticipo. Auden aveva lasciato il suo paese nel 1940 con un atto di protesta che a molti era apparso un segno di disimpegno. Ma basterebbero queste lezioni shakespeariane, ricostruite e pubblicate da Arthur Kirsch e ora tradotte in italiano (a cura di Giovanni Luciani, per Adelphi), a provare il profondo coinvolgimento di Auden con la storia contemporanea e a mostrare con quanta capacità di attualizzazione Auden abbia riletto le opere del Bardo. Per lui anche riflettere su un classico come Shakespeare è un’occasione per parlare dell'oggi. Ovunque affiorano per le quattrocento pagine del volume richiami negativi al nazismo e al fascismo, confronti tra la società antica e la società moderna, discussioni di temi giuridici, morali e religiosi che riguardano il presente. Tanto che da queste Lezioni su Shakespeare si impara più a vedere come Auden la pensasse sul mondo che a conoscere quale fosse il suo pensiero su Shakespeare.
Auden apre il discorso con una considerazione molto efficace, di carattere generale, sull’opera che vuole analizzare. La sicurezza dei suoi giudizi è impressionante. «Pene d’amor perdute non è certo la migliore, ma una delle più perfette». «Sogno di una notte di mezza estate è un’opera molto nota. È la prima in cui si manifesti l'unicità dell'impegno drammaturgico di Shakespeare». «Non mi soffermerò molto sulla Bisbetica domata. È l'unica opera di Shakespeare (insieme forse al Tito Andronico) che sia un totale fallimento». E così via.
Le idee di Auden sull'autore non sono né particolarmente originali né chiaramente esposte. Bisogna inseguirle di cenno in cenno, di pagina in pagina, e scovarle tra le righe. Talora sembra che le opere shakespeariane siano più un pretesto per garbate chiacchiere su questioni etiche che un oggetto di indagine critica. Ma è tipico dell'Auden conversatore dissimulare la sua intelligenza e allontanare l’oggetto della conversazione con incisi apparentemente laterali, dove, invece, il suo intelletto brilla con la massima intensità.
Memorabili le righe su Iago: «Considerata la sua cultura, Iago dovrebbe essere un santo. Deve pur esserci un qualche significato nel fatto che è l'unico personaggio dell'Otello che dimostri di conoscere la Sacra Scrittura: “Io non sono quello che sono” (I.i. 66), dice, e sa discettare e catechizzare sulla virtù come un teologo. Le sue battute, in effetti, contengono frequenti allusioni e sfumature teologiche. Con Iago, Shakespeare ci offre uno straordinario ritratto del villain come una sorta di santo capovolto, un santo manqué Shakespeare ha certamente ragione a suggerire questo nesso, perché il santo e il villain hanno psicologie molto simili».
Auden considera Shakespeare uno dei grandi geni della letteratura occidentale, pur vedendo nella sua opera complessiva risultati molto disuguali e a tratti persino scadenti. Questo perché, secondo lui, Shakespeare, in ogni impresa, ha scommesso tutto, rischiando ogni volta o il trionfo o lo scacco. Ha (quasi) sempre trionfato.