Quelle tentazioni peroniste

Non sembri un giudizio prevenuto, ma nel programma dell’Unione non c’è niente di centro e niente di sinistra. E purtroppo non c’è neanche la percezione dei rischi che sta correndo la democrazia italiana. Partiamo da quest’ultima che dovrebbe rappresentare un valore difeso da tutte le forze politiche e che invece sembra essere stato riposto nella soffitta, certamente dall’Unione e forse anche da qualche partito del centrodestra. Noi abbiamo un’idea della democrazia molto chiara e precisa che può naturalmente non essere condivisa da altri a condizione che questi altri lo dicano apertamente e altrettanto chiaramente ne indichino l’alternativa. Da che mondo è mondo, infatti, in una democrazia parlamentare il programma lo propone il governo una volta che ha giurato nelle mani del presidente della Repubblica e lo approva il Parlamento. Solo nelle cosiddette «democrazie peroniste» o del Sud-Est asiatico il programma viene sottoposto al giudizio popolare ben sapendo che il popolo sovrano non leggerà mai, nel caso specifico, le 280 pagine del programma dell’Unione. Nelle democrazie dei maggiori Paesi dell’Occidente, le forze politiche offrono al giudizio dell’elettorato cinque-sei idee forza capaci di fornire quel profilo identitario diverso ed alternativo rispetto alle altre forze politiche in campo.
E qui è il secondo «vulnus» del programma dell’Unione. Quando non si ha una identità precisa si tenta di riempire il vuoto con quello che è stato giustamente definito «il programmismo», l’elenco dettagliato cioè di tutti i problemi che affliggono la società nazionale indicando, peraltro, solo gli obiettivi e poco gli strumenti per raggiungerli. L’Unione è un coacervo di partiti di cui solo alcuni (Rifondazione comunista, Verdi, Comunisti italiani) hanno una identità precisa e una cultura politica di riferimento. I due terzi dell’Unione, invece, o sono partiti personali (Di Pietro e Mastella) o sono un aggregato tenuto insieme da interessi finanziari che stanno da tempo cancellando le ultime vestigia culturali delle grandi famiglie politiche che governano in Europa. Margherita e Democratici di sinistra, infatti, negano in Italia di essere ciò che sono in Europa (i Ds sono nel Partito socialista europeo e la Margherita nei liberaldemocratici del liberale inglese Watson) testimoniando, così, che sono solo un aggregato di interessi neanche tanto occulti come dimostrano le ultime vicende dell’Unipol, della Bnl e della Banca Antonveneta.
Se non fosse come noi diciamo, infatti, i Democratici di sinistra si chiamerebbero anche in Italia socialisti e i «margheritini» si chiamerebbero liberaldemocratici. Ma così non è e pertanto si rifugiano sotto sigle incomprensibili ai più (Ulivo, Margherita) e inesistenti in tutti gli altri Paesi europei. Lasciamo perdere il buon Mastella che quando cerca voti è democristiano ma non vuole chiamarsi democristiano. Insomma, un gioco di prestigio lessicale che nasconde l’inesistenza di una identità politica di almeno l’80 per cento dell’Unione.
In queste condizioni il povero Prodi non poteva che giocare la carta di un voluminoso programma quasi che a presentarlo fosse il suo vecchio centro studi Nomisma e non un insieme di partiti che dovrebbero far palpitare il cuore di milioni di italiani. Ma c’è di più. Accanto a questa mancanza di identità politica e a questa strana concezione della democrazia parlamentare per cui il popolo si sostituisce al Parlamento (neanche nei sistemi presidenziali accade tutto questo perché anche lì c’è la sacra sovranità del Parlamento) c’è nel programma presentato dall’Unione una genericità disarmante. Che significa, ad esempio, ridurre di cinque punti il cuneo contributivo del costo del lavoro se non si indicano le risorse e che significano nel settore della scuola gli ossessivi ritornelli di partecipazione democratica o di innalzamento degli stipendi degli insegnanti sui livelli europei senza ricordare che in Europa ci sono più ore lavorate e più alunni per ogni classe? E che significa la tutela dei ceti più deboli? C’è forse qualcuno che pensa o che teorizza la tutela dei ceti più forti?
Potremmo continuare per molto nel fare le pulci ad un programma che nella sua voluminosità esprime l’assenza di identità politiche vere e conseguentemente di idee forti sia di centro che di sinistra, mentre con il suo genericismo testimonia la fragilità politica di una coalizione che non può specificare più di tanto. Ed infine che dire di quella sorta di giuramento pubblico dei segretari di partiti più consono alle consorterie segrete che non a forze politiche democratiche?
Abbiamo la netta impressione che la coalizione del professor Romano Prodi abbia incorporato il peggior peronismo che neanche Silvio Berlusconi avrebbe avuto il coraggio di praticare. Berlusconi fissò in diretta televisiva un contratto con gli italiani di dieci punti racchiusi in poco più di una pagina e non spinse nessuno dei propri alleati a mettere su scenografie da fondamentalismo religioso con tanto di giuramento da kamikaze. Se questa è l’alternativa, che Dio salvi l’Italia.