Quelli che per una frase fulminante si sono rovinati la reputazione

Ci sono frasi che fanno entrare nella storia. Che concentrano in una battuta un destino, un’esistenza.
Ma non sempre in positivo. Perché se l’aforisma folgorante, l’epifonema geniale garantisce in una manciata di righe un posto nel Parnaso dei grandi battutisti e dei letterati, la frase sbagliata può essere una lapide, pesantissima. Così gli sconfitti, i vinti dal Fato o dalla propria stupidità, sono spesso perseguitati dalle parole che hanno detto. Qualche volta sino alla morte.
Qualche esempio? È difficile pensare alla disastrosa caduta di Benito Mussolini senza inanellare mentalmente quegli slogan trasformatisi in barzelletta: «Spezzeremo le reni alla Grecia», «Vincere e vinceremo», «L’ora delle decisioni irrevocabili...». Non andò meglio al mite Neville Chamberlain. Ecco cosa dichiarò dopo aver incontrato Hitler alla conferenza di Monaco (30 settembre 1938): «Credo che sia la pace per la nostra epoca... Andate a casa e fatevi un bel sonno tranquillo». Una frase sempre citata che ha fatto di lui lo zimbello politico d’Europa.
Che dire invece del destino bizzarro di Louis-Antoine Saint Just? Ecco una sua frase celebre: «I tiranni periscono per la debolezza delle leggi che essi stessi hanno snervato». Oppure: «Non si può regnare ed essere innocenti». Forse ripensò a entrambe salendo il patibolo dopo aver spadroneggiato nell’illegalità della dittatura giacobina e finendo vittima di quella ghigliottina che aveva contribuito a mettere in moto.
Ma essere inchiodati dalle proprie parole non è disgrazia che tocchi solo ai politici (e pietà vuole che si omettano altri esempi italiani, che so, un Occhetto che racconta di gioiose macchine da guerra elettorali...). Uomini d’arme, letterati e scienziati non sono da meno.
Il generale Ferdinand Foch verrà sempre ricordato per il suo «slancio vitale». Due parole per dire: la tattica migliore è lanciarsi sempre e comunque verso il nemico. Peccato che i tedeschi nella Prima guerra mondiale avessero un sacco di mitragliatrici. Non meno ridicolo Alfred Nobel. A proposito della dinamite scrisse: «Vorrei inventare una sostanza che abbia un potere di distruzione in massa così terrificante da rendere la guerra impossibile una volta per tutte».
Quanto agli scrittori sono spesso vittime delle loro frasi. Cicerone ebbe la cattiva idea di scrivere un’opera di autoelogio per aver sconfitto Catilina (De consulatu suo). Marziale non glielo perdonò citandone, nelle Satire, il verso più pomposo: «O Roma fortunata per essere nata sotto il mio consolato!». Destino anche peggiore per Vincenzo Monti. Non c’è studente che non sappia ripetere l’inizio della traduzione dell’Iliade: «Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta...». Famosissima ma collegata per sempre al maligno commento di Ugo Foscolo: «Traduttor dei traduttori». E i più, delle tante opere del Monti, ricordano solo e soltanto quel verso e l’onta di aver portato l’Iliade in italiano senza sapere il greco.
Ci sono poi tutti quei famosi battutisti e aforisti annichiliti dal fatto di essere stati presi in contropiede. Si narra che Diogene il cinico, un vero castigamatti dell’Atene classica, abituato a zittire a male parole gli avversari, una volta si presentò a una festa organizzata da Platone, mettendosi a calpestare con furia arredi e tappeti: «Calpesto l’orgoglio di Platone» urlò. Platone rispose: «Con altro orgoglio o Diogene». Per una volta gli toccò star zitto.
Ma c’è anche chi diventa zimbello o oggetto d’odio per frasi solo attribuite. Basta pensare a Maria Antonietta, della quale tutti ricordano l’inesistente «Il popolo non ha pane? Mangi delle brioche». E il povero Niccolò Machiavelli? Sarebbe “cattivo” per quel suo arci-citato: «Il fine giustifica i mezzi». La frase però non compare in nessuna delle sue opere. Insomma: parlando, prima o poi chiunque dice una stupidaggine. Se invece sta zitto, gliela inventano gli altri (sarà mica un aforisma?).