Quello stupore primordiale di Susan Stewart

Qualche mese fa su queste pagine lamentavo la situazione attuale della poesia statunitense, incredibilmente debole e povera, dopo decenni illustri, dal padre fondatore Walt Whitman ai grandi del Novecento, Eliot, Pound, Hart Crane, ad altre figure di spicco fino alla Beat Generation. Poi alcuni autori oggi sessantenni di indiscutibile talento, come i due Charles, Simic e Wright. Poi ben poco.
La sensazione di debolezza di spirito e visione, di un enunciato ridotto a cronaca minimalistica, è confermata da una recente antologia einaudiana, Nuovi poeti americani (a cura di Elisa Biagini, pagg. 296, euro 16,80) che, pur nella sua serietà d’esecuzione, rivela un panorama molto modesto. A meno che, nella possibile dispersione e dispersività di una nazione così vasta e frammentata a livello accademico ed editoriale, i poeti importanti esistano ma non siano abbastanza ascoltati. Certo leggendo Columbarium, di Susan Stewart (trad. M. Cristina Biggio, Edizioni Ares, pagg. 200, euro 18), un volume che raccoglie poesie scritte in un ventennio (1981-2003) da una poetessa mia coetanea (è nata nel ’52), ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte alla poesia americana come sin dall’adolescenza mi ero abituato a considerarla: una scarica di energia vitale, una naturale potenza visiva capace di immediate quanto profonde intuizioni sulla realtà del mondo.
La Stewart, che è anche saggista di valore, restituisce un binomio di felicità visionaria e potenza rivelante su cui si innesta innanzitutto la poesia americana, e una dimensione metafisica, di origine europea, dove metafisico non indica una astratta speculazione nelle sfere celesti, ma la rappresentazione di realtà invisibili e incorporee attraverso immagini concrete, azioni, insomma la traduzione dell’invisibile in visibile che è uno dei sogni e degli impulsi originari che muovono ogni artista. Come molti poeti americani del passato, è legata al mondo presocratico, vale a dire al pensiero greco delle origini, quando filosofia, cioè ragionamento logico, e poema, cioè cosmologia, canto della natura, si intersecano e a volte si fondono. Paesaggi, luoghi e figure elementari di un mondo percepito nel suo nascere: foresta, stelle, acqua, deserto, prato, lampo, rosa. Il mondo delle cose prime, rivelato dallo stupore del poeta che quanto più è immediato tanto è sapiente e sapienzale: «Io mi addormento in onore della pioggia,/ in onore dell’inquietudine delle foglie,/ e un gran fremito passa/ sopra la terra; è la musica/ del nostro dimenticare».
«Colombario», come spiega la voce del dizionario posta in apertura del volume, vuol dire colombaia e anche sepolcro sotterraneo, quindi nido e cripta, luogo di vita degli uccelli e di enigmatico riposo dei defunti: già in questa sintesi tra la luce dei voli e il buio della morte si comprende l’aspirazione dell’opera a una visione piena e totale della vita, aspirazione alta, da vero poeta, perseguita qui, realizzata. Al di fuori di una certa temperatura, di un certo rovello, è giusto considerare la poesia una realtà superflua. La poesia, invece, come accade anche in Susan Stewart, esiste perché è necessaria.