La Quercia cade vittima della maledizione riformista

Ormai la parola «riformista» non significa più nulla. Ha lo stesso valore che aveva qualche anno fa la parola «liberale»: tutti, anche gli anti-liberali, si definivano liberali con il risultato che il senso della parola si smarrì nel non-senso. Oggi tocca a «riformista» che è diventato un termine passe-partout che non ha nessun significato preciso e determinato in modo tale che tutti, sia i riformisti sia gli anti-riformisti, lo possono usare. Si prenda l’ultimo caso personale e politico avvenuto in casa Ds: dopo il riformista Nicola Rossi che ha riconsegnato la tessera del partito perché ha scoperto che lì di riformismo ce n’è poco, anche un altro riformista o che tale si autodefinisce, Giuseppe Caldarola, ha deciso di «arrendersi» e ha annunciato che non parteciperà al congresso diessino perché non è possibile presentare una mozione riformista per il partito che si appresta a chiudere i battenti. Guardate che si tratta davvero di due casi curiosi. Sì, perché Rossi e Caldarola decidono di lasciare i Ds quando i Ds stanno per diventare il Pd, ossia quel Partito democratico che un po’ tutti, da Fassino e Rutelli, dicono che sarà il «partito dei riformisti». Ma allora chi è il vero riformista? Chi aderisce al Pd o chi, in nome del riformismo (Caldarola ha scritto di un «partito riformista moderno»), si tira fuori?
La verità è che in Italia la sinistra pretende di far convivere il riformismo con il suo acerrimo nemico: il massimalismo. Sull’ultimo numero di Nuova Storia Contemporanea Roberto Chiarini ha ripercorso l’ambigua storia del riformismo italiano nell’articolo giustamente intitolato L’impossibilità del riformismo nella storia d'Italia. Fin dal suo primo apparire, il riformismo, che in realtà andrebbe chiamato con Eduard Bernestein «revisionismo», si presenta come rifiuto, critica ed eversione della rivoluzione e del socialismo scientifico, insomma della rivoluzione e del comunismo. Bernestein diceva «il fine è niente, il movimento è tutto» e così dava un sonoro calcio a tutto l’utopismo, il messianismo e quella «filosofia della storia» che costituiscono la dottrina politica del comunismo. Ma così facendo il «revisionismo» accettava il capitalismo e la libertà di mercato, ossia la società borghese, e smentiva Marx dicendo a chiare lettere che non c’è nessun «superamento» da fare e il capitalismo non è un male bensì un bene. Ma proprio qui nasce la «storia maledetta» del riformismo italiano che, non riuscendo a dire con orgoglio ciò che va detto, subisce il ricatto del massimalismo comunista sindacale. Infatti, già Turati per salvare capre e cavoli inventa la famosa formula di una sinistra «riformista perché rivoluzionaria e rivoluzionaria perché riformista». Per non aver saputo dire con chiarezza che il riformismo è anticomunismo, la sinistra socialista si è autocondannata alla subalternità. Solo Craxi disse la verità e la rivendicò con orgoglio. Sappiamo come è andata a finire la sua storia.
Oggi la scena si ripete: i riformisti dovrebbero imparare a dire la verità, la dovrebbero dire con forza e ragione, ma non hanno né l’una né l’altra e così subiscono il ricatto del massimalismo che ha in mano con sicurezza il timone del governo. Non è davvero un caso che proprio Caldarola ha scritto che il «compito storico» dell’ex Partito comunista sarebbe quello di approdare a un «partito riformista moderno» attraverso «un’assemblea revisionista che stabilisse ciò che è vivo e ciò che è morto, riconoscendo a Craxi quello che è di Craxi». Ma tutto questo non si può fare in Italia neanche un secolo e passa dopo la nascita del revisionismo semplicemente perché non si ha il coraggio di dire che il comunismo è stato il male del Novecento.
desiderio2006@alice.it