Questa «guerra» si può vincere con la censura

Pierangelo Maurizio

C'è solo un modo per disarmare i terroristi, per togliere loro l'arma più potente con cui continuano a colpirci, massacrare migliaia di innocenti (non solo «ebrei» e «crociati» ma musulmani in prevalenza). Ed è privarli della cassa di risonanza del circuito mediatico mondiale che amplifica 10, 100, 1000 volte ogni loro impresa. È inevitabile, forse auspicabile, cioè che si arrivi alla censura anche delle informazioni relative a quelli che ancora chiamiamo «attentati» ma che sono azioni militari compiute nelle zone di guerra in cui hanno trasformato le nostre città, le nostre esistenze.
Nel modo più chiaro lo ha detto Paolo Guzzanti: «La strategia è quella di causare il collasso della nostra civiltà, provocandola di continuo». E se è vero che siamo in guerra, tanto più con questo terrorismo, non c'è conflitto che non preveda la censura di guerra.
Per un motivo molto semplice: perché non puoi dare al nemico un ulteriore vantaggio. Londra sotto le bombe di Hitler non avrebbe resistito se avesse pubblicizzato ogni giorno, anzi minuto per minuto, l'entità dei danni subiti. E per favore non si tiri fuori il ritornello che non dobbiamo cadere nella trappola, cambiare il nostro modo di vivere, che è quello che vogliono. Quando scruti chi ti sta accanto sulla metropolitana e ti chiedi se possa essere un kamikaze, quando esci la mattina di casa e ti chiedi se tu, i tuoi cari, i tuoi amici tornerete la sera, vuol dire che le nostre vite sono già altro.
L'esempio è venuto dall'Inghilterra, paese democratico per eccellenza e dotato di sano pragmatismo. Sui teloni messi a coprire la ferite di Londra e poi comparsi a Sharm el Sheikh possono appuntarsi le ironie fuori luogo degli inviati. Ma non sono un pietoso sudario. Non solo. Sono soprattutto una più che legittima arma di difesa. Dopo le immagini si tratta di «coprire», di censurare anche le notizie, alcune notizie.
Il terrorismo fondamentalista ha un potenziale militare pressoché nullo in rapporto a buona parte del mondo cui ha dichiarato guerra. Quale capacità offensiva avrebbe se l'onda d'urto delle esplosioni non venisse più dilatata a dismisura dai media, in quel meccanismo diabolico che trasforma la vittima prescelta - l'opinione pubblica - nel carnefice di se stessa? E che cosa aggiungono al diritto di sapere, alla dimensione della tragedia, le telecamere che inseguono, spiano i genitori e i parenti di Sebastiano e Daniela Conti, di Daniela e Paola Bastianutti, andati in Egitto a riprendersi ciò che resta di loro?
In Italia ci siamo già trovati di fronte al problema, nella lunga stagione del terrorismo brigatista. Quanto meno all'epoca se ne è discusso e in alcuni casi in nome della sicurezza dello Stato, nei fatti, la spina fu staccata.
Ricorrere alla censura in uno stato di emergenza non significa uscire dalla democrazia. Su un ipotetico organismo preposto al controllo delle notizie che attengono al terrorismo e dunque a questa guerra, si può pensare a una forma di controllo del Parlamento. Fino a quando siamo ancora in tempo.
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