Questa è l'America che ci piace

Ecco su cosa si fonda il meno imperfetto dei mondi possibili. Si accusano gli States di egoismo, arroganza e iper-patriottismo. Ma nel campo delle idee e dell’arte da sempre regna una libertà d’espressione che in Europa non c’è più. <strong><a href="/a.pic1?ID=295931">In libreria storie straordinarie dell'universo yankee</a></strong>

Gli americani s’appassionano alle elezioni presidenziali che in novembre opporranno John McCain e Barack Obama. Dall’investitura ufficiale, i candidati si prodigano, ma non si creda che le opposizioni, in America, si riducano al confronto fra democratici e repubblicani, divisi su molte cose, uniti sull’essenziale. Ci sono varie Americhe e, fra loro, ce n’è una che amo. Non quella del Capitale, né quella dei «nativisti» iperpatriottici, dei telepredicatori fondamentalisti e dei creazionisti deliranti. Non quella del New Deal, né quella del maccarthysmo. E nemmeno quella di golden boy, winner e money maker, né quella dei red neck e dei veterani del Vietnam, meno ancora quella delle cheerleader, dei bimbos e dei body-builder.

L’America che amo ha facce e sfaccettature diversissime. Innanzitutto l’immensa letteratura: da Mark Twain e Jack London a Herman Melville, Edgar Allan Poe, Howard Phillips Lovecraft, John Dos Passos, William Faulkner, Henry Miller, John Steinbeck, Ernest Hemingway e tanti altri. Poi naturalmente il grande cinema, prima che degenerasse tra effetti speciali e idiozie stereotipate. Anche il jazz, sola vera creazione culturale del Paese. L’America delle vaste distese naturali e delle piccole comunità. Quelle evocate, a diverso titolo, dai nomi di Jefferson Davis e Scarlett O’Hara, di Thomas Jefferson e Ralph Waldo Emerson, di Henry David Thoreau e Aldo Leopold, di Sacco e Vanzetti, del giovane Elvis Presley e di Ray Charles, di Henry L. Mencken e William Burroughs, di Jack Kerouac e Bob Dylan, di Cassius Clay e Woody Allen, di E. F. Schumacher e Christopher Lasch, di Susan Sontag e Noam Chomsky.

Nel campo delle idee, gli Stati Uniti non sono poi solo il Paese dove le grandi università offrono condizioni di lavoro che in Europa si possono solo sognare e dove, nonostante il politicamente corretto, regna una libertà d’espressione che da noi non c’è (o non c’è più). Colpisce anche la qualità dei dibattiti: molti autori, per esempio nella scienza politica, pensano le loro dottrine partendo dalle basi; l’opposto di quel che accade in Francia, dove la scienza politica, quasi in estinzione, si riduce essenzialmente a meteorologia elettorale. Sui concetti di federalismo, di «populismo» e comunità, l’apporto teorico degli americani è stato considerevole.

Ma c’è il rovescio della medaglia. Dall’inizio, gli Stati Uniti si sono voluti portatori del concetto di libertà. Concetto positivo, sùbito inteso come se significasse «ogni cittadino è re». Da loro, esso ha dato il meglio: entusiasmo, frutto della possibilità d’agire senza ostacoli; volontà creatrice e ideale d’autonomia (self-reliance); istituzione di piccole comunità d’uomini liberi, immuni dal dispotismo (il «senso dell’organizzarsi in sodalizi umani» di Maritain). Ha dato anche il peggio, rovesciandosi in semplice egoismo, in glorificazione dell’affarismo e della brama di denaro - desiderio standardizzato per eccellenza -, o in alibi per nuove forme di conquista e oppressione. Parallelamente il pragmatismo s’è mutato in puro materialismo, in culto della prestazione e del successo (William James diceva: «Datemi quel che garantisce il successo e ogni uomo ragionevole l’adorerà»), in ottimismo tecnologico, in culto delle comodità («l’ideale animale» di cui parlava Keyserling), in arrogante fierezza d’aver colmato il mondo d’oggetti nuovi. E il senso della comunità è degenerato in uniformità mentale (like-mindedness), nel conformismo straordinariamente volgare già constatato da Tocqueville.

Tara originaria dell’America, la cui storia si confonde con quella della modernità, è essersi costruita essenzialmente sul pensiero puritano e sulla filosofia dei Lumi. Di qui la pretesa di non aver antenati, la volontà proclamata da Thomas Paine fin dal 1776 di «cominciare da capo il mondo» sotto lo sguardo di Dio, l’assillo della novità, l’inalterabile fede nel progresso (l’ideale dell’illimitato). E l’ideocrazia messianica che guarda gli Stati Uniti come nuova Terra promessa e il resto del mondo come spazio imperfetto, da convertire al modo di vita americano per divenire comprensibile e conforme al Bene. Scopo: realizzare una società ideale, modello per l’umanità, la cui adozione da parte di ogni popolo concluderebbe la storia. Per Francis Fukuyama «gli americani hanno sempre considerato le loro istituzioni politiche non come semplici prodotti della loro storia, adatte solo ai popoli dell’America del nord, ma come incarnazione stessa di ideali e aspirazioni universali, destinate a estendersi un giorno al resto del mondo». E per Samuel Huntington «i valori americani si fondano sul protestantesimo, sull’individualismo, sulla morale del lavoro e sulla fede che gli uomini possano creare il paradiso in terra».

Nel 1863 Thoreau scriveva: «Quasi sempre i modi per guadagnare denaro portano in basso». S’è visto com’è andata. C’è un’altra America.
(Traduzione di Maurizio Cabona)