«Questa è la sfida più importante della vita»

Riccardo Signori

nostro inviato a Istanbul

Non è mai stata una coppa made in Brasil, anche se trattasi di Champions, ovvero affine alla gente pedatoria di quelle parti. Il Milan, per esempio, ha messo in bacheca i gol di Altafini, storie di una vita fa (1963), indimenticabile essendo la prima coppa Campioni della storia rossonera. Poi quello di Sormani. E nulla altro. C’è voluto un portiere per rispolverare le magie brasiliane e per spiegare che, in qualcosa il calcio di quelle parti è cambiato. Quando mai un portiere... Invece Dida a Manchester... Poi ci sono stati Jair per l’Inter, Juary per il Porto come l’anno scorso Deco e Carlos Alberto. Ci fu anche Lucio, ma non portò fortuna al Bayer Leverkusen contro il Real Madrid. Per non parlare di Mozer che tirò sempre i rigori per la squadra sbagliata. Ed ora chissà mai che un principino calcistico, con lo stile da intellettuale e la vena da fuoriclasse, non arricchisca la serie.
Kakà che cosa ne pensa? Dopo Altafini non sarebbe ora di rinverdire un bel giallo oro sui colori del Milan?
«Sono pronto. Mi piace l’idea. Ci terrei. Vediamo cosa posso offrire alla squadra. Spero di essere ancora importante».
Ancora importante anche se quest’anno i gol (7 in campionato, 2 in Champions) sono stati meno dell’altro anno...
«Cosa conta? Ho segnato meno reti ma regalato più assist».
Preferisce assist o gol?
«Se non posso segnare io, meglio aiutare i miei compagni».
In una finale i sogni sono diversi? Un gol significa la chicca sulla stagione?
«Esatto. Questa per me non è la partita del riscatto di una stagione. Sono contento di quanto ho realizzato. Oggi sono più maturo rispetto all’anno passato. Ho giocato più partite di tutti. Fatto più assist che gol. Il bilancio dice che non è mancato molto: siamo in finale di Champions, abbiamo lottato fino all’ultimo per lo scudetto. Già così la mia stagione è stata migliore, se poi finisce con la coppa non ci sono più dubbi».
Quanto conta giocare una finale per un calciatore brasiliano pieno di qualità?
«È uno dei motivi per cui sono venuto al Milan. In Brasile giocavo in una grande squadra che lottava per i titoli. E il Milan lotta sempre per i titoli. Così mi piace».
Stavolta la squadra deve lottare anche con la forma. Sembra un po’ fiacca...
«In questi giorni abbiamo lavorato e riposato per ritrovare forze, forma e carica per mercoledì. Abbiamo studiato come trovare spazi nella difesa del Liverpool e avvicinarci al gol».
La visita di Berlusconi vi ha dato uno stimolo in più?
«Certo, ci ha dato una grande carica. Ha detto che, se vogliamo, possiamo vincere la finale».
Dire finale a che cosa la fa pensare, quali sensazioni?
«Sensazione assolutamente nuova e comunque diversa da quella del mondiale dove non ho giocato. È diverso vincere uno scudetto. La partita dell’anno scorso, con la Roma, somigliava a una finale, ma non poteva avere lo stesso sapore della partita secca. Qui vinci o perdi, non hai scampo. Questa sfida avrà un posto importantissimo nella mia vita, nella mia storia».
È solo un’impressione, o qualcuno ha scelto la finale di Champions più dello scudetto?
«Non abbiamo scelto, siamo stati costretti: eravamo stanchi. Si vedeva. Nel finale abbiamo vinto tante partite importanti. C’era stanchezza mentale e fisica. Ma ora siamo pronti».
Strano trovare una squadra come il Liverpool. In fondo una outsider?
«Ma questo è il calcio di oggi. Sono da due anni in Europa ed ho visto in finale Porto e Monaco, quest’anno il Liverpool. In Champions non basta essere forti o avere il nome per arrivare in fondo».
Liverpool squadra rognosa, difensivamente molto italiana con l’aggiunta del contropiede. Ci ha copiato?
«Macché copiato. Il calcio italiano non è difesa e contropiede, come si dice. Le grandi squadre del nostro campionato giocano in modo diverso. Gli inglesi sì, giocano difesa e contropiede e poco più. Dico Liverpool, ma pure Chelsea e Arsenal, Manchester. Tutti palla in area e via. Anche se hanno tanti spagnoli».
La mentalità offensiva del Milan sarà un rischio?
«Noi abbiamo la difesa più forte del mondo. Dunque fidiamoci. Dobbiamo giocare in attacco come sappiamo: partire veloci, cercare spazi. Non possiamo fare conto sull’atteggiamento degli inglesi, basta un attimo perché cambi tutto. In una finale contano i dettagli».
Senta, Kakà, come sta vivendo l’attesa?
«Come tutti noi che non abbiamo mai vinto la Champions. Ho chiesto agli anziani di raccontarmi qualcosa. Ne parliamo spesso con Crespo, Cafu, Dhorasoo, quelli che non l’hanno vinta. E sapete come finiscono i discorsi? Come in una foto. Ci vediamo lì, nel prato di Istanbul con la coppa in mano. Levata nel cielo».

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