Questione di educazione

Politica, investimenti, occupazione. Ma il problema più grave, per la scuola e l’università italiane, è la carenza di persone capaci di insegnare

Ho sentito dire che il problema della scuola e dell’università italiane è un problema di politica e di investimenti. Ho sentito dire che il problema della scuola e dell’università italiane è un problema occupazionale. Ho sentito dire anche che si tratta di un problema di strategia globale. Il tarlo dei Grandi Numeri ci corrode. Ma è così vero che il primo problema della scuola e dell’università è un problema di modelli? Dal modello della Scuola e dell’Università di massa a quello dell’età della globalizzazione? Di fronte ai Grandi Numeri fa un po’ ridere chi torna a parlare di grandi maestri. E c’è anche chi dice che nell’epoca della Complessità i grandi maestri non sono più possibili. C’è chi dice che è tutta una questione di rete.

Io penso invece che la grande crisi sia innanzitutto una crisi antropologica, intendendo con questa parola qualcosa di molto concreto: una razza di persone, una razza di uomini e di donne. Non è vero che questa razza non esiste più. Esiste, forse seminalmente, in ciascuno di noi. Poi, però, è necessario il terreno che faccia crescere il seme. E il terreno è la società, con le sue scale di valori. E se i valori si chiamano successo a tutti i costi, vittoria, sopraffazione, prestigio e fama, tacitando a poco a poco qualsiasi voce capace di esprimere (e praticare) un parere diverso, il terreno di crescita dei maestri diventa arido, il seme fatica a germogliare.
Mi sono proposto perciò, anziché di fare discorsi fumosi o lanciare provocazioni un po’ vuote - com’è spesso nel costume di noi scrittori, quando veniamo chiamati a misurarci con i temi dell’educazione - di fare una piccola galleria di ritratti di persone che hanno contribuito a fare di me quello che sono.

NONNO SANDRO (SANDRONE)


Il nonno Sandro era il padre di mia mamma. Era di Firenze, comunista, ateo convinto. È forse l’uomo più buono che abbia mai conosciuto. Era l’uomo di fiducia del grande pittore Ottone Rosai, suo cognato, che lo chiamava «Sandrone».
Mio nonno era magro e piccolo di statura. Aveva frequentato la scuola fino alla sesta elementare. Di bambini non s’intendeva, perché aveva sempre lavorato di notte e dormito di giorno. Una volta, quando avevo sei mesi, mi posò sul letto e cominciò a leggermi Pinocchio, credendo che potessi capire qualcosa. Caddi dal letto. Verso i quattro anni gli dissi che volevo diventare muratore. Il motivo: il mio amore per le cazzuole. Detto fatto, si mise in moto per tutta Firenze finché, dopo diversi giorni, riuscì a procurarsi una cazzuola. Tra gli otto e i dieci, undici anni mi portava con sé a visitare le chiese, i palazzi e i musei di Firenze. Era un grande camminatore e alla fine della giornata mi facevano male i piedi.
Mio nonno Sandro non mi ha solo mostrato tante cose bellissime. Mi ha anche insegnato ad amare la bellezza, mi ha insegnato la prima tra tutte le categorie estetiche. Di questo momento supremo - perché la bellezza è la cosa principale che si può insegnare, e a me l’ha insegnata proprio lui - conservo una fotografia. Mio nonno guarda la cupola del Duomo di Firenze e il viso gli si illumina di un sorriso meraviglioso. È felice di quello che sta guardando, si sente parte di quello che vede. Io conservo quel sorriso dentro di me ed è per me una fonte inesauribile, dalla quale continuo a bere.

IL MIO MAESTRO (CARLO MARINI)

Dalla seconda alla quinta elementare ho avuto un maestro. Come si vede, la prima parte della mia formazione è dominata da figure maschili.
Del mio maestro ricordo due cose. La prima è la sua determinazione a farci studiare un gran numero di poesie a memoria da recitare poi a voce alta. Non finirò mai di lodarlo per questo. Sia perché l’esercizio della pronuncia corretta a voce alta è uno dei più utili di tutti (anzi, fosse per me renderei obbligatorio il teatro in tutte le scuole, con un preciso programma che comincia dagli esercizi di dizione), sia perché lo studio a memoria delle poesie rende i versi disponibili per sempre, e l’esercizio critico continuo. I grandi testi ci rivelano spesso i loro segreti più belli non attraverso l’analisi fredda, ma attraverso la ripetizione, la ruminazione - dieci, cento, mille volte - di quelle parole.
Il secondo ricordo è legato a un episodio particolare. Premetto che a nove, dieci anni ero un ragazzino vivace ed entusiasta. La mia specialità - già a quel tempo - erano i temi. Un giorno il maestro ci dà da svolgere un tema in classe intitolato «La mia aula». Il mio scritto cominciava pressappoco con queste parole: La mia aula è una bellissima stanza di forma quadrata illuminata da quattro grandi finestre.
Il maestro, correggendolo, fa un segno rosso sotto illuminata da quattro grandi finestre. Io resto perplesso perché non trovo nessun errore di grammatica e vado a chiedergli dove ho sbagliato. Lui mi fa presente che non solo le finestre a illuminare la stanza, ma la luce. Ci ho messo anni per capire l’enorme importanza di quella correzione. La parola parla solo se è resa docile al suo senso, ed è in rapporto (anche negativo) col senso che la sintassi si infiamma. È stato il più grande corso di scrittura creativa che potessi sperare di frequentare. In qualche modo, lo scrittore Luca Doninelli è nato in quel momento.

DON GIUSSANI


Dovrei scrivere un libro per raccontare quello che ha prodotto don Giussani nella mia vita, prima attraverso le sue parole, poi anche con la sua persona. Non voglio fare nessuna analisi psicologica, né stabilire nessi arditi. Però è da lui che ho imparato che l’uomo è fatto per l’infinito (non per la carriera, i soldi o il successo). L’evidenza di questa chiamata e il dolore del male che la ostacola costituiscono l’orizzonte drammatico di tutto quello che scrivo.
Don Giussani non mi ha mai chiesto che nesso c’era tra le storie che raccontavo e la mia fede cristiana. A lui interessava sempre la dinamica delle cose, mai la teoria. È nell’azione che un uomo si rivela, quello che riesce a teorizzare di sé è sempre insufficiente: l’azione dice molto di più. Mi domandava come era nata una certa storia, come nasceva in me un personaggio. Gli interessava la vita.
Una volta un amico un po’ stupido si lamentò di me con don Giussani dicendo che in un mio racconto letto in pubblico avevo parlato di sesso. Qualche mese dopo vado a portargli il mio nuovo romanzo. Mentre glielo porgo, gli dico: «Vedrai che qui non c’è nemmeno una porcata». Lui prima scoppia a ridere, poi mi guarda dritto negli occhi e mi fa: «Se però le porcate sono necessarie, non solo puoi metterle, ma devi». «È vero» gli rispondo, «ma ho constatato che le porcate non sono quasi mai necessarie». Lui sorride. «Ecco una buona definizione del peccato originale». E in quel momento ho pensato che per me il mondo ha un senso - l’universo, le stelle, il mare, le montagne, le albe, i tramonti, l’amore, la morte, tutto ha un senso, e che quel senso lo avevo incontrato grazie a lui.
E intanto pensavo anche che mai e poi mai sarei riuscito a dire tutto quello che la vita aveva messo dentro di me.