Questo "Barock" è troppo lento

La mostra di Napoli che pretende di ispirarsi al Seicento è il solito
trionfo di opere "provocatorie". Una inutile compilation di star
dell’arte contemporanea e finto scandalo fuori tempo massimo

Leggi «Barock» e spereresti ci fosse un po’ di rock. Rock, qualcosa di duro, di aspro, pietre rotolanti, metallo urlante. E invece no: Celentano direbbe che il «Barock» di Napoli è lento. Nonostante il manifesto, davvero bello e cupo, come la cover di un disco degli Slayer.

La promessa di un tema davvero affascinante, sensuale, oltraggioso e soprattutto ambiguo, proprio perché il Barocco ammetteva all’interno della propria categoria l’esatto contrario, dunque anche morigerato, rigoroso, si perde nella convenzione ed è un vero peccato. Classica e anti-classica insieme era l’arte del Seicento. Barocco è Caravaggio e il suo violento realismo, ma anche Guido Reni e i Carracci, maestri dell’idealismo pittorico che rigetta il nero e mantiene tinte tenui, rosa e celesti, baloccandosi in una decadenza aurea, lontanissima dalle cupe visioni del Milanese. Barocca è l’eleganza del Bernini e lo sperimentalismo inquieto di Borromini, la monumentalità di Pietro da Cortona, la potenza espressiva di Rubens e l’elegia del quotidiano dei lombardi secenteschi. Legare insomma il termine «barocco» a stupore, violenza, ossessione, choc, cattivo gusto è alquanto limitativo. Soprattutto intende il significato solo nel senso dell’aggettivo - poiché una cosa barocca è necessariamente esagerata, abnorme, ipertrofica - e non del sostantivo con cui si indica un’epoca della storia dell’arte complessa, non limitata alla sola visione caravaggesca.

La mostra che va in scena al «Madre» di Napoli promette ma non mantiene la superlativa suggestione del titolo, complicandosi la vita con un sottotitolo - «Arte, Scienza, Fede e Tecnologia nell’Età Contemporanea» - alquanto onnicomprensivo, utile a giustificare la parata di stelle globali scelte piuttosto casualmente da un catalogo di Christie’s o Sotheby’s. E sì che di opere belle e importanti se ne possono nuovamente ammirare, come l’arcinoto squalo affogato in formaldeide da Damien Hirst o, sempre dell’ex bad boy inglese, la capretta nera sezionata a metà. Hirst è forse l’artista più laico e autenticamente nicciano di fine ’900: osando, lui uomo, tagliare ciò che Dio ha voluto unire (celebre è il suo Mother and Child divided), compie il gesto illuminista di chi crede superata la dipendenza dell’uomo dalla fede, davvero poco a che vedere con la fede tormentata ma devota del Barocco.

Ci sono poi gli orrori della guerra che i fratelli Chapman riprendono dalle incisioni di Goya, premendo l’acceleratore su sangue, mutilazioni, tragedie; il letto-grattugia della anglo-libanese Mona Hatoun; una beffarda Union Jack in chiave gay del duo Gilbert&George. E stupisce quanti artisti britannici siano stati inseriti nella mostra, considerando che una tradizione barocca nella pittura inglese è molto lieve, e allora viene il dubbio che il termine sia stato confuso con il gotico (o meglio il neo-gotico) di casa a Londra e dintorni, da Frankenstein al simbolismo, dal Liberty a Bacon fino alla generazione Yba (Young british art). Tra le blue-chip dell’arte internazionale non poteva mancare il «nostro» Cattelan, con un’opera recente sul tema della Santa Inquisizione. Ma l’artista padovano non riesce proprio a liberarsi dal registro comico: in croce mette una velina, così i giornali ne parlano, e invece di evocare Torquemada finisce per ricordare il cattivo ma fumettoso Eymerich della penna di Valerio Evangelisti.

La diffusa sensazione di morte finisce per scivolare nel quotidiano, e allora l’arte diventa cronaca. C’e da interrogarsi se l’installazione della giovane Giulia Piscitelli, un caschetto da operaio calato su un teschio, non oltrepassi quell’insopportabile cinismo del presente, senza più neppure la palese presa per i fondelli di Jeff Koons, qui con un delfino non più barocco ma già decadente e rococò.

Di «Barock» si fa fatica a trovare il capo e la coda. Una collettiva poderosa e didascalica (da consigliare a chi non ha mai visto dal vivo opere di questi artisti), ma vecchiotta nella proposta e scontata nello svolgimento dell’enunciato. Soprattutto, dimentica due mostre bellissime, allestite anni fa in America, sullo stesso tema e con ben altro piglio: «Ultra Baroque» al Museo di San Diego in California (2001) e «Our Grotesque» per la Biennale di Santa Fe del 2004. Tra deformazioni, ipertrofie, eccessi, veniva fuori la contemporaneità barocca attraverso il pastiche linguistico, esemplificato da pitture, sculture e installazioni molto colorate, ricche di elementi decorativi e dettagli inutili, come se stessimo ascoltando un disco dei Mars Volta, non a caso emersi sulla scena musicale indie negli stessi anni.
Al «Madre» di Napoli, invece, nessun rischio né teorico, né visivo, ma la solita compilation natalizia di superstar - spesso con b-side e out-takes - e diversi minori a tappare i buchi. Una mostra gemella a «Pop Life» in corso alla Tate Modern e già recensita sul Giornale, dove lo scandalo, l’orrore, il sesso e la blasfemia continuano a recitare i ruoli dei protagonisti, senza neppure considerare lo scarto temporale ed estetico dagli anni ’90 a oggi. Il mondo è cambiato, ma l’arte resta indietro.

Peccato, perché il tema era davvero affascinante e le novità in giro non mancano, una per tutte lo scultore americano Banks Violette, oppure, per rischiare un giovane italiano, il cupo performer Nico Vascellari. Invece è la sfilza di soliti noti, da Anish Kapoor a Philippe Parreno, passando per l’immancabile artepoverista Jannis Kounellis, che c’entrano con il «Barock» come i cantautori con il rock and roll.