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In Italia esplode il fenomeno self-publishing. Una rivoluzione editoriale che consente di mettere i propri volumi on line e di far sì che le copie vengano stampate su richiesta degli acquirenti. Salverà il libro dall’estinzione o ucciderà la letteratura?

Una volta c’era il samizdat che in russo vuol dire «auto-pubblicazione» e indicava libri fatti in casa e passati di mano in mano per aggirare la censura. Adesso la parola s’è reincarnata nell’inglese globale del self-publishing. Detto anche Pod, cioè print on demand (stampa a richiesta), sta prendendo piede in tutto il mondo e non è più sinonimo di dissidenza, ma democratica possibilità offerta urbi et orbi di stampare il proprio libro attraverso un sito che offre una vetrina per l’acquisto. Una vena di controcultura, a volerla vedere (o prevedere), ci sarebbe: self-publishing, si dice, a dispetto delle logiche di mercato, dei filtri che separano il comune mortale dalle case editrici. Siamo agli albori di una comunità artistica diffusa dove si fa a meno di librerie, editor, agenti, dove tutti sono scrittori e lettori? La rivoluzione si deve al connubio tra Internet e stampa digitale che permette di produrre piccole tirature su richiesta, persino una sola copia per volta.
Chiunque può diventare il Roberto Saviano o il Paolo Giordano di domani con un libro confezionato on line? Non esageriamo. Su sfwa.org, sito degli scrittori di fantascienza americani, si trova un decalogo di note dolenti: mancanza di selezione qualitativa, scarsa propensione delle librerie a comprare libri per cui non si può fare resa, riluttanza dei recensori a prendere in considerazione un autore a proprie spese. Lo scrittore Simon Haynes dice che «bisogna essere pazzi per auto-pubblicarsi un romanzo». Ma anche lui l’ha fatto. Come, in passato, sia pure con tecniche tradizionali, Ernest Hemingway e Mark Twain (anche in Italia, da Gadda a Moravia, non sono mancati gli autori a proprie spese).
Se il fenomeno Pod in Italia è noto soprattutto per il battage pubblicitario di ilmiolibro.it (gruppo Espresso), il protagonista mondiale è Lulu.com, fondato nel 2002 dal canadese Bob Young, sede a Raleigh, Carolina del Nord, la silicon valley della East Coast: 4.218.000 titoli (compresi calendari e album fotografici), 1.813.000 autori (una media di 2,32 titoli per autore), una convenzione con la catena Borders, e accordi distributivi con Amazon e Barnes & Noble. «Da noi - dice Eleonora Gandini, portavoce per l’Italia - Lulu.com è sbarcato nell’ottobre 2006. Prima si poteva utilizzare soltanto in inglese». Quali sono le cifre per l’Italia? «Fino a giugno 2008 abbiamo pubblicato 72mila libri di testo e 3mila fotografici». Un buon risultato, tanto che Bob Young ha parlato di coraggio degli italiani nel raccontarsi. Ma chi sono gli autori di Lulu.com? «Si va dagli esordienti assoluti, la stragrande maggioranza, agli scrittori tradotti all’estero come Giuseppe Genna che ha pubblicato con noi un romanzo, Medium, sulla morte del padre, che non riteneva adatto a Mondadori». E dove vengono stampati i libri? «Per ora negli Stati Uniti». Ha mai letto un libro di Lulu.com? «Ho amato Rock Star, di Luigi Milani, un giallo sulla sparizione di una rock star, una storia alla Kurt Cobain. Io stessa ho pubblicato, dovevo provare il servizio, no? Il classico libro nel cassetto. S’intitola Fossi figa (sarei una stronza). Parla del mondo dei single. Ha venduto 300 copie».
E quanto vendono i best seller di Lulu.com? Negli States vince la memorialistica sul tumore: 42mila copie per Finding the can in cancer, scritto da quattro donne. Altro successo: Leukemia for chickens, di Roger Madoff, reporter di Bloomberg News morto di leucemia nel 2006. E in Italia? «Tra le 500 e le mille copie», dice Gandini. Non sono previsti accordi per la distribuzione in Italia? «Stiamo trattando con una catena di librerie ma non abbiamo ancora concluso».
Ma come funziona un sito di self-publishing? Come si diventa «podista»? Basta avere il libro sul computer, caricarlo sul sito, impaginarlo, scegliere una copertina e il prezzo di vendita. Si può decidere se metterlo in vetrina o permettere solo a chi è fornito del link di acquistarlo, come succede per le pubblicazioni interne aziendali e gli album di matrimonio. C’è un costo di stampa, sui 4 euro per un breve romanzo formato tascabile, che viene detratto dal prezzo di copertina e il rimanente, tolto il 20 per cento che spetta al sito, va all’autore. Chi compra paga le spese di spedizione. I pagamenti avvengono via PayPal, sistema sicuro che spopola su eBay, o carta di credito.
La fase attuale del Pod è il tentativo di darsi un tono letterario e sottrarsi al cliché della vanity press. Si forniscono servizi di editing (revisione testi) e impaginazione grafica, per migliorare la media dei prodotti. Che pare dilettantesca, a leggere le anteprime. Ilmiolibro.it sta facendo un concorso per il migliore incipit, con la Scuola Holden di Alessandro Baricco. Il vincitore potrà seguire un corso on line. E Lulu.com? «Teniamo a precisare che non siamo una casa editrice, ma una società che offre stampa su richiesta», dice Gandini. «Abbiamo lanciato un accordo con weRead, un social network di recensioni con sede a Bangalore, e sponsorizzato un corso di scrittura creativa alla Cattolica di Milano. Gestiremo il Litcamp, spazio letterario del Blogfest, una tre giorni a Riva del Garda dedicata ai blogger, il 13, 14 e 15 settembre. E abbiamo in mente un premio per il miglior libro tratto da blog come il Blooker Prize che negli Stati Uniti è importante».
Chissà che, grazie a queste iniziative, i grandi editori non spulcino anche questi siti, o almeno la classifica dei best seller, in cerca di nuovi talenti. In Italia su Lulu.com, in testa c’è la manualistica web e quella per sedurre. Su ilmiolibro.it, Viola, di Pervinca Paccini, storia di due sorelle sullo sfondo del movimento studentesco. Poi I promessi sposi in cialdoni, saggio di Davide Steccanella dal titolo inquietante, quindi Tutto a posto e niente in ordine, di Fabio Alisei. Ma per ora manca un caso editoriale che faccia lievitare il fenomeno, un «podista» di successo. Un caso tipo quello di Valeria di Napoli (Pulsatilla), passata dal blog a Castelvecchi e Bompiani. Perché?
L’abbiamo chiesto a Rosella Postorino, nella duplice veste di editor per Einaudi Stile Libero e giovane scrittrice (La stanza di sopra, Neri Pozza) arrivata alle fasi finali del premio Strega. «Il fenomeno self-publishing - risponde - mi ha fatto venire subito in mente il blog perché offre una vetrina virtuale. Da questo punto di vista è interessante. Mi sembra però che prevalga il desiderio di vedere il proprio manoscritto confezionato, con la copertina e tutto il resto. L’aspetto vanity press. Se uno vuole fare lo scrittore e trovare una vetrina per essere notato, è meglio che provi a pubblicare su blog dove avviene una selezione come Nazioneindiana, Vibrisse o la freepress culturale Satisfiction. Fare lo scrittore significa avere il coraggio di sottoporsi a un giudizio che magari ti taglia le gambe. Il rischio è che il self-publishing incoraggi il proliferare degli scrittori, che autorizzi a pensare che siamo tutti scrittori». E come editor che cerca esordienti da lanciare, che cosa ne pensa? «È positivo il fatto di avere un serbatoio di esordienti facilmente raggiungibile sui siti di self-publishing, ma valutarli richiede un dispendio di tempo grandissimo. Per questo ci orientiamo verso canali più selettivi: blog letterari, agenti, segnalazioni di autori già affermati, piccole case editrici. Comunque, anche sentendo altri editor, c’è un certo interesse. E l’ingresso di soggetti molto qualificati come la Scuola Holden potrebbe accrescerlo migliorando la qualità».
Per il momento due autori di Lulu.com sono in trattativa con Mursia e Macro. E un altro, Luca Grivet, ha pubblicato con Hoepli un manuale, Web 2.0, migliorato con il contributo della community di Lulu.com. Ecco un altro aspetto innovativo della print on demand: se stampi con un editore tradizionale, puoi modificare il testo in una seconda edizione, ammesso che ci sia, mentre con il self-publishing lo puoi fare sempre, da una copia all’altra. Una possibilità di riscrittura infinita che piacerebbe a «riscrittori» incalliti come Alberto Arbasino o Gore Vidal.