"Questo quadro di Tanzio mi ha folgorato"

Un testo inedito dello scrittore: l’Angelo dipinto dal maestro di Varallo è il vendicatore di tutte le ingiustizie del mondo

Questo testo dello scrittore e drammaturgo Giovanni Testori è stato riscoperto in occasione della mostra aperta (fino al 17 maggio) alla Basilica di San Gaudenzio di Novara e dedicata ai capolavori dell’arte del territorio tra ’500 e ’600. Il testo venne preparato per una trasmissione Rai del 1973, quindi antecedente la sua conversione, nel ciclo Io e..., curata da Anna Zanoli. Il format della trasmissione prevedeva che alcuni tra i maggiori intellettuali italiani spiegassero il rapporto preferenziale con un’opera (nelle altre puntate protagonisti furono, tra gli altri, Riccardo Bacchelli, Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia). Testori scelse La battaglia di Sennacherib (noto anche come Sennacherib sconfitto dall’Angelo, nella foto grande), il capolavoro di Tanzio da Varallo, che in quei mesi era esposto a Milano per la grande mostra sul ’600 lombardo, ma che è custodita proprio nella novarese Basilica di San Gaudenzio. In occasione dell’attuale mostra è uscito il volume Testori a Novara. Guida ai capolavori edito da Silvana Editoriale, in cui viene pubblicato, tra gli altri, anche questo testo inedito dello scrittore.

 

di Giovanni Testori

Finalmente i quadri di Tanzio da Varallo sono arrivati qui a Milano, un appuntamento che io aspettavo da tanti anni, che era stato differito e che finalmente ha avuto qua a Milano la sua verifica nella mostra del Seicento Lombardo. Questo appuntamento ha segnato per Tanzio il trionfo, e devo anche dire il trionfo di uno dei miei amori più... più grandi, più... più disperati, come son tutti gli amori, ed è difficile dire se è un fatto di cultura o se un fatto di vita, perché in me le due cose si legano da sempre e per sempre direi, si impastano ed è impossibile scindere le due cose. Ma l’amore di Tanzio risale alla giovinezza mia, e non ha niente da nascondere, risale addirittura a una specie di processione, di visita religiosa al Sacro Monte di Varallo, fatta quando ero bambino, con mia madre, le mie sorelle, mio fratello, cioè la prima scossa me l’ha data lì. Poi, diventato appena ragazzo, sono andato subito a vedere questi quadri e davanti a questo, che è il suo capolavoro, cioè La battaglia di Sennacherib, ho preso quella che si chiama la scossa, la folgorazione, come quando si vedono due occhi nella vita, che prendono, che turbano, e sui quali si capisce che si decide il proprio destino. Tanzio l’ha dipinta tra il 1627 e il 1629 per la Cappella dell’Angelo Custode ed è veramente tra commovente e atrocemente ironico che questo quadro - dove l’Angelo è un vindice, un vendicatore, è una specie di ribelle, che viene a portare la parola della giustizia e della rivolta - sia il quadro dominante di una cappella in cui l’Angelo è nominato custode. Credo che si può andare a fondo e dire che probabilmente l’unico modo per custodire la vita è di difenderla e di ribellarsi contro chi la vita cerca di diminuire. Che il centro del quadro non sia soprattutto la battaglia, cioè questo... questo involucro, questo viluppo, questa specie di orrendo e bellissimo agglomerato di corpi e di cavalli, ma sia l’Angelo, che è il fulcro della poesia di questo quadro di Tanzio sia lì è visibile, direi quasi tangibile, toccabile, passando dal bozzetto al quadro. L’unica variante veramente decisiva è data dall’Angelo: l’Angelo che nel bozzetto cade ancora, precipita sì, ma secondo un modello di caduta direi quasi canonico, caravaggesco ancora, nel quadro cambia; cioè non è più l’Angelo che cade, è un ragazzo di montagna, è un giovane che discende, che adopera il suo passo come se invece di cadere dalle nubi, cadesse, venisse giù da delle rocce del Monte Rosa sopra il Riale dove Tanzio appunto era nato. *** *** *** Questo quadro mi ha sempre impressionato e mi ha sempre portato a vedere il senso, al di là dell’emozione che mi dà immediatamente, il senso che Tanzio ha voluto dare a questa che non è più un’apparizione ma che è la realtà della vita. Ora, l’episodio biblico, in sé non di grande importanza, raramente poi esemplato nell’iconografia della pittura del tempo, viene travolto da Tanzio a significare veramente quello che ho detto prima, cioè la posizione ignota che egli, con la sua pittura, afferma contro le violenze che vengono fatte alla vita ed è poi il significato di tutta la sua pittura. Se voi guardate il David, il San Carlo che va in processione e li paragonate agli altri pittori del tempo, non solo italiani, ma europei - perché credo che quest’occasione della mostra a Milano ha finalmente stabilito, decretato, per Tanzio la statura totalmente, universalmente europea - Tanzio può stare vicino a Caravaggio, può stare vicino a Rembrandt, può stare vicino a Velázquez, batte, è ora di dirlo, di gran lunga Zurbarán, perché? Perché sta vicino con la carica di questa sua umanità ostica, dura, di questa sua umanità da montagna che in quel tempo era come, direi proprio, il serbatoio della verità, vicino alla melma, in cui la vita stava andando, nelle città. *** *** *** Una cosa che mi ha sempre turbato in Tanzio, studiandolo, è che della sua vita non si hanno che notizie scheletriche, mentre a me sarebbe piaciuto molto, darei non so che cosa, per avere qualche notizia su come amava, su come soffriva, su come partecipava alla vita del suo popolo, se ha saputo darcela, restituircela con una fisicità addirittura straziante. Guardate come insegue le ossa, i muscoli, gli occhi, le sopracciglia, le vene, pezzo per pezzo, direi che lui ripete le parole famose: «Hanno contato le mie ossa», le parole di Cristo; veramente sembra che Tanzio abbia ricontato le ossa dolorose del suo popolo e dell’umanità. La temperatura, l’occasione terribile e dolorosa a Tanzio per avvicinarsi al popolo, all’uomo, gliel’ha data il flagello della peste che proprio segna la sua vita. Nato probabilmente nel 1575, morto nel 1635, comincia praticamente la vita con una peste e la finisce subito dopo la seconda peste, e la peste per quegli anni era il dolore, era la miseria, era l’occasione in cui le differenze di vita, di ricchezza e di miseria, si facevano estreme. E lì proprio dove lui ha giocato, direi ha riconosciuto da che parte doveva stare, quando ha visto che mentre i nobili abbandonavano le città e anche i paesi, il popolo doveva restare a morirci, a soffrire fino all’ultima goccia. E poi c’è un’altra ragione: che essendo calato completamente nella sua epoca è riuscito con questo quadro a scavalcarla. Questo quadro secondo me ha un fascino misterioso, quasi atroce, in ogni caso irrisolvibile, indecifrabile, che consiste nel poter sapere di questo quadro tutto, tecnicamente, stilisticamente, e poi di sentire che va oltre, va oltre il proprio tempo, cioè è un quadro che urge, come urge l’Angelo nel quadro, urge al di là della propria epoca, si fa vindice non solo dell’ingiustizia del suo tempo, ma di tutte le ingiustizie dell’uomo ed è per questo che è il quadro che mi ha sempre ricordato di più un altro mio grande amore, che è La zattera della Medusa di Géricault. Ora io qui credo di poter rivelare anche un piccolo, probabile mistero, se anche non sono in grado di svelarlo, e di risolverlo; cioè a una mostra di Géricault fatta nel 1953 vicino a Zurigo è stato esposto un bozzetto che nel catalogo era così citato: Battaglia di Sennacherib, copia da un pittore anonimo del Seicento. Io ho fatto delle ricerche per sapere se questo quadro era una copia del Tanzio. Non sono più riuscito a rintracciarlo perché era in una raccolta privata, poi, attraverso le vendite è andato... è tuttora irrintracciabile. Ma la cosa impressionante, al di là della consonanza di due spiriti di ribellione e dell’amore parallelo che c’è nei due pittori per il corpo umano, inteso non come un’anatomia neoclassica, ma come un’anatomia di rivolta, come la struttura portante di ciò che nella vita è ribelle, è che c’è un particolare, che è questo, che viene ripreso da Géricault nel negro morente della zattera quasi letteralmente. E poi c’è un altro motivo, cioè come Tanzio nella pittura del suo tempo è un isolato, è un anarchico, questo ugualmente è Géricault nella pittura del suo tempo e tutti e due hanno atteso, forse non ancora, non hanno avuto quella... direi il riconoscimento sì, ma la partecipazione, e ciò che più mi addolora è proprio la partecipazione della pittura che sembra guardare di più ad altri pittori che hanno risolto delle questioni formali, che non a questi due pittori, come Tanzio, che non ha risolto solo delle questioni formali, ma prima di tutto ha posto delle questioni, dei drammi, degli interrogativi, delle invettive totalmente e quasi direi esclusivamente umane.