La rabbia araba porta un autunno di rivolte

Si prepara una seconda ondata di proteste contro ciò che resta dei vecchi regimi, accusati di soffocare le speranze delle piazze

Il voto di venerdì in Marocco per cambiare la costituzione e trasformare il potere da regime autoritario-religioso a monarchico-costituzionale (mantenendo re Mohammed VI a capo della religione e devolvendo a un primo ministro eletto il potere esecutivo) è un tentativo di salvare tradizione e innovazione nella rivolta araba che ha perduto il profumo di «gelsomino» con cui era iniziata in Tunisia nel gennaio scorso. Tentativo tardivo ma non necessariamente fallimentare dal momento che le dinastie arabe, oltre ad essere più legittime agli occhi delle masse, si dimostrano più flessibili dei regimi «repubblicani» laici o islamici. L’Egitto - storico leader del mondo arabo - ne è in questi giorni la prova.

Con mille feriti nello scontro fra manifestanti e esercito giovedì al Cairo la rivoluzione ha mostrato l’altro «volto della Piazza Tahrir». È il volto brutale della contro rivoluzione condotta dai militari che non sono al governo in forme diverse in tutto il mondo arabo da mezzo secolo ma con radici profonde nella storia del potere islamico: la pirateria «statale» ottomana in Nord Africa, governanti mamelucchi e poi albanesi di Mohammed Ali, milizie tribali beduine in Giordania, Irak e nella Penisola araba.

De Gaulle diceva che non ci sono lealtà o amicizie permanenti in politica. Solo interessi permanenti. Quelli che la rivolta araba sta mettendo in gioco - e in questo senso si tratta di una vera rivoluzione - non sono soltanto più gli interessi dei petrolieri - indigeni e stranieri - ma quelli storici dei militari. In questo senso è una rivoluzione che ha nulla in comune con quella bolscevica del 1917 o con quella democratica prodotta dalla caduta del muro di Berlino nel 1989. Ricorda piuttosto nei suoi slogan la rivoluzione francese del 1789: libertà, uguaglianza fraternità/dignità. Come alla presa della Bastiglia nessuno dei manifestanti della prima occupazione di Piazza Tahrir sembrava sapere cosa voleva salvo l’abbattimento di un regime di cui per disprezzo e fame accumulata avevano perduto la paura. In maniera e tempi molto differenti da quella francese e per l’assenza - per il momento - di un nemico esterno capace di cristallizzarla, la rivoluzione araba sembra ovunque entrata nella fase della contro rivoluzione. Condotta dalle forze militari in esitante e sospettosa collaborazione con vecchie opposizioni islamiche e nuove aspirazioni moderniste, questa controrivoluzione si sviluppa in barba a tutte le promesse fatte nell’entusiasmo delle prime giornate di rivolta.

La storia naturalmente non si ripete. Inutile cercare in questa fase della «primavera araba» qualcosa di comune con l’universalismo illuminista francese o con il riformismo napoleonico. L’unica possibile accostamento sta nella violenza repressiva della contro rivoluzione, unita ad una situazione economica e sociale che sta diventando insopportabile. Questo prepara inevitabilmente una nuova ondata rivoluzionaria ben diversa da quella del 1848 in Europa se non altro per la mancanza nel mondo arabo di una classe borghese, laica e liberale.
Due cose potrebbero caratterizzala. La prima, la capacità di quella parte della popolazione giovane e istruita - si tratta di milioni di uomini e donne - di organizzarsi e imporsi come legittima e indispensabile partecipante a un potere (laico o religioso) deciso a far uscire la società araba dal suo torpore anti modernista e vittimista. La seconda, la necessità - persino per la ricca Arabia Saudita - di disporre di liquidità per tacitare nell'immediato la rabbia delle masse. Gli unici quattrini disponibili in tempo di crisi finanziaria mondiale, sono quelli che i militari dispongono per l'acquisto e la manutenzione di prestigiosi armamenti. Nel caso della Siria, dell’Egitto, degli Hezbollah libanesi, dei sauditi, dei giordani e dei palestinesi di Hamas questo potrebbe indurre a riflettere sull’inutilità di perseguire la lotta contro Israele anche se sostenuta e finanziata dall’Iran. Non è detto che succeda. Ma il fatto che da sei mesi l’interesse per il conflitto palestinese sia collassato nei media arabi è significativo. Anche se non garanzia di progresso nella pace.