«Con la racchetta cambiamo immagine alla Serbia cattiva»

Ivanovic e Jankovic, Tipsarevic e Diokovic mattatori a Wimbledon

nostro inviato a Londra
In principio fu Monica Seles. Veniva da Belgrado ma prima di vincere e rantolare su tutti i campi del mondo, abiurò il passato. Smise di essere serba e divenne cittadina americana. A quel tempo Ana aveva cinque anni, era già stata folgorata dai colpi della Seles, ma non poteva sapere che un giorno sarebbe stata lei l’ambasciatrice del suo Paese. Basta un clic sul sito di Ana Ivanovic per capire che con quel fisico potrebbe attraversare una passerella di moda e far cadere tutta la prima fila. Vent’anni a novembre, un metro e 83 da mangiarsi con gli occhi, numero 6 del mondo, è la cover girl del tennis serbo. L’ultimo Klondike della racchetta. Oggi a Wimbledon (sempre che la pioggia dia una tregua, l’unico tranquillo è Federer perché Haas il suo avversario si è ritirato causa infortunio) saranno tutti in campo: la Ivanovic contro la Rezai (match interrotto sabato nel primo game del secondo set, 6/3 per Ana il primo); la Jankovic contro la Bartoli e, tra gli uomini, Djokovic contro Kiefer e Tipsarevic contro Ferrero.
«Serb and volley» ha titolato il Times. I magnifici quattro sono altrettante storie da raccontare. Se quella di Djokovic va per conto suo (a 5 anni sci e racchette, fino a 12 anni in Serbia poi Monaco di Baviera con il santone Niki Pilic, poi Montecarlo con Riccardo Piatti - «diventerà più forte di Federer» - dice del suo ex pupillo ora nelle mani dello slovacco Vaida), gli altri tre condividono una piscina come punto di partenza. Nuotatori mancati? Affatto. Belgrado è la città. Lo Jedanaesti April sport centre l’indirizzo di due inverosimili campi da tennis. Ricavati e disegnati sul fondo di una piscina olimpionica troppo costosa da riscaldare, ma non così inutile per marcire. Coperto da un tappeto verde, è l’unico campo sintetico di Belgrado in attesa che il padre di Djokovic, Srdjan, costruisca la propria academy ben sponsorizzato dal figlio. Per ora, non resta che la piscina: due campi strozzati dalle pareti, impossibile tirare colpi incrociati. È lì che Ivanovic, Jankovic e Tipsarevic hanno preso le misure.
Usciti dal guscio, prima di finire in prima pagina hanno sbattuto duro. Da Belgrado a Zurigo a 14 anni, racconta la Ivanovic: «Fu difficilissimo vincere i pregiudizi, la gente pensava che noi serbi fossimo cattive persone. Ad ogni controllo passaporto perdevo il doppio degli altri tennisti. Ora noi giochiamo anche per migliorare l’immagine del nostro Paese». Oddio, lei basterebbe guardarla, ma è di tennis che qui si parla. A Parigi si sciolse in finale contro la Henin, qui la strada è lunga ma lei ci crede. E se lo fa lei, figuriamoci una tigre come Jelena Jankovic. 22 anni, un metro e 77 e due occhi dal timbro orientale. La mamma si chiama Snezana, che in serbo sta per Biancaneve, ma le favole finiscono qui. Anche Jelena è passata dalla piscina, poi si è infilata sul primo aereo per la Florida, destinazione Nick Bollettieri («ero mancina, mi ha fatto diventare destra»), e ha deciso che il tennis sarebbe diventata la sua vita. L’alternativa era il pianoforte, «ma la guerra mi ha obbligato a scegliere». Unghie sempre laccate scosse il circuito quando raccontò di aver comprato un libro dal titolo discretamente significativo: «Perché gli uomini preferiscono le prostitute». Argomento che, pare, abbia destato un certo interesse nelle colleghe. Dice: «In Serbia manca tutto, se siamo in tre tra i primi dieci è solo un colpo di fortuna».
In effetti Bodo Zivojnovic, quattro taglie sopra rispetto a quando faceva il tennista, presidente della federazione dice che caduto il comunismo non è cambiato nulla. Solo calcio e basket, del tennis frega niente. 94 club, 1600 giocatori e un budget di 500mila euro. Poca roba. «Ma forse qualcosa cambierà. I nostri vincono e i politici vogliono farsi fotografare con loro».
I politici. Janko Tipsarevic li detesta. «Noi veniamo dal fango, al tempo di Milosevic nessuno ha investito un dinaro nel tennis». Occhi di fuoco, Tipsarevic aveva le spalle coperte in famiglia. Poi il tracollo con la guerra. Toccato il fondo (a volte, la piscina), scappato dal Montenegro sotto le bombe prima a Budapest e poi a Barcellona, alla fine è risalito: campione del mondo under 14, 16 e 18. Si allena a Perugia, ha una laurea in management sportivo ottenuta a Berlino, gira con i libri di Aristotele e Nietzsche e completa l’opera con una frase di Dostoevskij tatuata sul braccio: «La bellezza salverà il mondo». Gira e rigira siamo sempre lì. Nelle mani di tutte le Ivanovic della terra.