Raccontare Istanbul con un tocco feroce e sensuale

Nel romanzo di Elif Shafak due ragazze in bilico tra tradizione e modernità

Molta della letteratura di oggi è impastata da sicure mani femminili. Le nipoti delle donne che nel mondo passavano il tempo a fare il pane e le pietanze più succulente per i loro uomini, oggi fanno romanzi, e mettono nella ricetta la sensualità, la concretezza, la crudeltà di cui Dio ha fornito ad abundatiam le discendenti di Eva. Noi ci perdiamo spesso in giri di intellettualismo astratto, in propositi cervellotici, in utopie generose ma folli. Le donne sanno molto più di noi quello che vogliono. Per loro raccontare è spesso un riscatto, l’acquisizione di una identità nuova, una piena e decisa presa di coscienza di sé e del mondo. Questo è ancora più chiaro per donne nate in società dove sono state a lungo oppresse, e dove rischiano di esserlo ancora. Lì ci vuole coraggio. E il coraggio, al femminile, non è una virtù eroica e guerriera come per l’uomo, è una necessità, naturale, dolce e straziante come lo è dare alla luce un bambino. Facevo queste riflessione leggendo il romanzo di Elif Shafak, La bastarda di Istanbul (Rizzoli, pagg. 388, euro 18,50). L’autrice è turca, ha trentasei anni, vive oggi tra Istanbul e Tucson, in Arizona, dove insegna all’Università. E scrive in inglese un libro che sa di sesamo e di pistacchi, di sangue e di abominio, di nichilismo e di amore, una saga familiare ed epica che fonde i grandi eventi della storia con i piccoli eventi della famiglia, le vicende delle anime con quelle dei corpi. Come l’autrice, anche il libro si divide tra Istanbul e l’Arizona. È Istanbul però che fornisce il materiale più meravigliosamente vivo con il suo fascino pieno di sedimenti, con la sua aria di frontiera decisiva tra Occidente e Oriente, con la sua vita metropolitana e il suo profilo irto di moschee, con il suo essere una città di mare, di riflessi, di gabbiani, di sogni. Delle due ragazze protagoniste, una appartiene a una famiglia turca, l’altra a una famiglia armena. Si sa quale odio divide le due comunità, e come pesi sui turchi il ricordo di una persecuzione mai confessata. Elif Shafak affonda il coltello in questa piaga nazionale. Quando cita in epigrafe al libro l’inizio di una fiaba turca che è anche l’inizio di una fiaba armena, questa giovane donna mostra di comprendere come il patrimonio di miti, leggende, poesia affratelli sempre popoli che il resto, politica, economia, eserciti, ideologie, fanno di tutto per dividere. La ragazza turca, Asya, la bastarda, è una strepitosa nichilista ribelle figlia illegittima di una madre ancor più ribelle, una che ha sfidato con minigonna e piercing la realtà in cui si è trovata a vivere. L’altra, Armanoush, è studiosa e disciplinata, figlia di un’americana dell’Arizona e di un armeno della diaspora finito con la famiglia a San Francisco. I ritratti femminili sono magistrali, in queste pagine. Asya, che ignora l’identità del padre, vive in un universo interamente femminile, tra una bisnonna, una nonna, le zie e la madre, tutte colte mirabilmente nei loro caratteri spesso stravaganti, sullo sfondo di sapori e odori di spezie e di cibo tradizionale. Ma lei della tradizione se ne fotte. Frequenta il Caffè Kundera, che nessuno sa perché si chiami con il nome del grande scrittore, si fa un amante, prende dall’Occidente quello che ha di più distruttivo e vincente, il non credere in nulla. Armanoush al contrario è una lettrice appassionata, un’anima che cerca di conoscersi nei suoi valori, e se finisce a Istanbul è per riandare sulle tracce della nonna armena che a Istanbul viveva prima che scoppiasse la terribile, disumana persecuzione. Il romanzo è ampliamente, felicemente matriarcale. La stessa scansione in capitoli che hanno per titolo ingredienti della sapientissima cucina e pasticceria turca è un colpo di genio inventivo, che soltanto una donna poteva avere. Dalla cannella alle scorze d’arancia, dalle nocciole tostate all’uva passa, dalla vaniglia ai semi di melagrana, sono stato man mano sedotto da questa narrazione così aromatica e così sensuale. E l’ultimo capitolo, intitolato Cianuro di potassio, assegna al veleno per eccellenza inodore il compito di ricordarci che le tragedie al mondo sono sempre parto della violenza cieca e astratta, insapore, dei figli di Adamo.