RAFFAELE LA CAPRIA Elogio del tempo perduto

Il nuovo romanzo è formato da tre lettere: al primo amore, alla figlia e al padre. Per spiegarsi all’altro e per capire se stessi

Ho appena chiuso L’amorosa inchiesta (Mondadori) - l’ennesimo capitolo di quell’unico grande libro che Raffaele La Capria va scrivendo da quasi cinquant’anni - e come con Ferito a morte, provo nostalgia per un tempo e un mondo che non ho mai vissuto. Il prestigiatore ha eseguito ancora una volta il suo numero, ed io provo a sbirciare nelle pieghe del suo mantello, ma continuo a non capire come fa.
Ma come fa a far cosa?, mi domanderete. Be’, La Capria fa questo: dalla sua memoria trae una scheggia, un atomo di spaziotempo, e lo conficca nella testa del lettore come un punteruolo nel ghiaccio: inesorabilmente, questo si spacca, e la scheggia si scioglie, occupando tutto il tempo e tutto lo spazio. La visione di quel particolare momento in quel particolare luogo, diventano semplicemente rappresentativi. In alcuni casi, a questo mago è sufficiente uno slogan: ci sono stati la Bella Giornata, l’Occasione Mancata, l’Armonia Perduta. Oggi, basta l’accenno alla categoria vagamente nabokoviana della “ragazza-mito”. Sentite qua: «A Napoli, tra i ragazzi della mia età, dai 14 ai 16 anni si pronunciavano con un tono particolare i nomi di certe ragazze la cui fama di belle arrivava appunto col nome, e il nome rifulgeva, aveva una suo alone e un suo campo magnetico. Bastava pronunciarlo ed era come una formula magica che apriva ai sogni e ai desideri nascosti, agli impulsi repressi, agli irresistibili richiami. \ C’era tra me e loro una linea che non sapevo oltrepassare, ed ero condannato a restare al di qua di questa linea, perché ero io stesso che la facevo diventare insuperabile. Qual era questa linea? Una specie di inadeguatezza, che mi rendeva timido e impacciato e addirittura muto e annientato se per caso incrociavo una ragazza-mito».
Una delle «inarrivabili» era Elène, che il quindicenne Raffaele incontrò in una libreria in piazza dei Martiri. A lei, La Capria scrive la prima delle tre lettere che compongono il libro (le altre due sono alla figlia e al padre). Una lettera al primo amore: c’è qualcosa di più anacronistico? Eppure, nelle mani del più grande scrittore italiano vivente (perché questo è La Capria) anche il genere più abusato rinasce a nuova vita. E per chi ha amato Ferito a morte, le parole rivolte a questa ragazzina bionda chiariscono una volta per tutte la vicenda amorosa di Massimo De Luca e di Carla Boursier. Basta mettere a confronto la scena del litigio tra Raffaele e Elène alla Buca di Bacco di Positano con quella, quasi identica, del primo capitolo di Ferito a morte: il luogo è lo stesso, e forse anche l’anno (il 1949). Oggi sappiamo, finalmente, che Carla è il calco di Elène; oggi La Capria ci dice: «Massimo De Luca c’est moi».
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Nella lettera a Elène c’è un passo che serve a illuminare l’intera poetica lacapriana: «Io ero diventato, per spirito di rivalsa o per vocazione, un intellettuale, \ uno che avrebbe potuto vantare una certa superiorità su quegli altri ragazzi da me considerati i “principi delle apparenze”, gli aitanti e rampanti che “si presentavano bene”. Ma se uno mi avesse chiesto: “Cosa preferiresti essere, un principe delle apparenze o un grande intellettuale che come te non raggiunge il metro e settanta di altezza?”. Io, con la mentalità che avevo allora, avrei preferito essere un principe delle apparenze».
Tra i poli opposti di questa ambiguità - tra l’apparire e l’essere; o meglio, tra l’esteriorità e l’interiorità - si gioca per La Capria tutta la partita. Nel quarto Quaderno in ottavo, uno degli scrittori-faro di La Capria, Franz Kafka, portava l’esempio dell’albero della conoscenza e dell’albero della vita. La verità di quest’ultimo è quella di chi accetta la vita nella contraddittorietà dei suoi aspetti senza conoscere il senso ultimo dell’esistenza: quella dell’albero della conoscenza, invece, è la via di chi va incontro alla vita cercando di rintracciarne la morale, a costo di rinunciare all’immediata comunione con essa.
Negli anni della sua formazione, La Capria era l’intellettuale che si cibava cogliendo i frutti dall’albero della conoscenza; era il censore di quella Napoli in pugno ai «principi delle apparenze» così vividamente descritta in Ferito a morte: quella in cui gli uomini con le giacche cogli spacchetti, i golf di cachemire e le scarpe inglesi si lanciavano dietro le «irraggiungibili» e sperperavano fortune ai tavoli di poker del Circolo Nautico. Ma l’adesione a quel mondo era al tempo stesso lo specchio della propria inadeguatezza e la disperata voglia di appartenervi. Perché quello era il mondo di suo fratello, era il mondo di suo padre, «l’esempio vivente di tutte le perfezioni». Nella terza lettera che compone L’amorosa inchiesta, La Capria scrive a quest’ultimo: «La leggerezza anche morale che rende la vita facile sfarfalleggiava nella nostra famiglia». E più in là, riferendosi alla Lettera al padre di Kafka: «Nella sua lettera Kafka rimprovera il padre per ragioni opposte a quelle per cui ti sto scrivendo la mia lettera. \ Lui vedeva il padre come un omaccione pieno di salute corporea che, con la sua esuberanza e i suoi modi brutali, lo aveva oppresso e schiacciato come un verme, anzi come uno scarafaggio. Io al contrario ti ho sempre visto come un uomo dal fisico gentile, un signore che faceva a meno degli atteggiamenti signorili, un vero signore, perciò, molto alla mano e garbato con tutti, che non mi ha mai rimproverato nulla e non si è mai interposto tra me e le mie decisioni».
Quali erano queste «decisioni»? Alla luce de L’amorosa inchiesta, si capisce come La Capria sia sempre stato vittima della fascinazione paterna (della sua classe, della sua bellezza, della sua irresponsabilità) e al tempo stesso deciso a combatterla; sia attraverso un personale «viaggio intellettuale», che con la decisione di abbandonare Napoli e farsi una famiglia a Roma: «la mia massima aspirazione - scrive alla figlia nella seconda lettera - era quella di sentirmi un uomo come gli altri e di confondermi in mezzo agli altri». Ma l’illusione della normalità, voluta a tutti i costi, ha vita breve: «La verità è che sono nato figlio e non padre, come padre sono difettoso».
Paradossalmente, oggi, il figlio-per-sempre, che è «tra il fin d’ottobre e il capo di novembre» confessa al padre: «Ti vedo sempre, mentre ti scrivo, di qualche anno più giovane di me. Così con i miei 83 anni mi sento un po’ paterno nei tuoi confronti, e severo come dev’essere un buon padre. Ho superato di qualche anno l’età che tu avevi quando sei morto, ci pensi? E anche questo ti può far capire da dove ti scrivo, e qual è il mio punto di vista».
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Secondo Martin Amis, «nella letteratura occidentale si registra attualmente una copiosa produzione di Alta Autobiografia, intensamente introspettiva». Allo stesso modo, La Capria osserva che «è autobiografico e familista tutto il Novecento, dalla nonna di Proust alla madre di Gadda. \ Si usa l’espressione “autobiografia alta” per dire che chi scrive non si occupa solo di sé e dei suoi cari ma sposta più in alto la vista. \ Anche io modestamente ci sto provando, e così autografando, analizzo e indago, e uso l’autobiografia come una forma di conoscenza».
In un suo saggio di qualche anno fa, La Capria paragonava il romanzo perfetto a un tuffo ben riuscito, nel quale il coefficiente di difficoltà e la grazia del movimento si equilibrano. L’Ulisse di Joyce, ad esempio, equivarrebbe a un tuffo così complicato che lo sforzo per eseguirlo ne comprometterebbe l’armonia; laddove, invece, i romanzi di Faulkner riescono nel miracolo di tenere insieme una forma complessa e una naturale eleganza. Faulkner ha innalzato la propria autobiografia fino alle vette della letteratura, donandole il luogo mitico chiamato Yoknapatawpha; La Capria ha fatto lo stesso reinventando Napoli, il topos della sua lotta tra l’esterno e l’interno, tra la forma e il contenuto, tra la propria impazienza e la propria inadeguatezza. L’equilibrio sta tutto nel suo iniziale abbandono all’amore per Elène e nel rifiuto finale di quello stesso sentimento: «Proprio il fatto che tu mi amassi, ti sminuiva ai miei occhi e ti rendeva insignificante. \ A vederti accanto a me non mi sembravi più la stessa persona, e un’ombra ti calava sul viso, la mia ombra, che ne offuscava la radiante bellezza».