Ma le ragazze non possono nemmeno guidare

Poche cose colpiscono una donna occidentale come passeggiare per le vie di una città in cui la sharia, la legge islamica fondata sul Corano, è anche legge dello stato. Le donne sono ovunque, ma non hanno volto. Inutile cercarne lo sguardo, intuirne il sorriso, indovinarne lo stato d’animo. Veli e burqa rendono la popolazione femminile di alcuni paesi musulmani invisibile al mondo, così come le norme cui sono sottoposte cancellano i loro diritti. Da quelli più elementari, come andare al mercato da sole, a quelli fondamentali, come accedere all’istruzione.
Il re saudita Abdullah ha spiegato di non voler più marginalizzare la presenza delle donne nella società. Ha aggiunto: «In tutti i ruoli che sono conformi alla sharia». Via libera quindi alle candidature femminili nelle elezioni municipali e al suffragio universale. Una concessione epocale. Restano però molte altre discriminazioni, «nel rispetto dei principi dell’Islam» appunto. Un antico proverbio saudito riassume la condizione femminile: «Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba». Le donne sono totalmente sottomesse all’autorità degli uomini. Non gli è permesso lavorare, viaggiare, andare dal medico senza il benestare di un maschio della famiglia. Non possono andare in bicicletta e neppure guidare. Sull’onda della Primavera araba e soprattutto del veicolo Internet negli ultimi mesi le saudite al volante sono diventate l’emblema del cambiamento. I social network hanno rilanciato filmati e racconti di alcune di loro, la lotta alla segregazione ha avuto un’eco globale. Dopo che la 32enne Manal Al Sharif ha scontato due settimane di carcere per aver messo online le immagini che la ritraevano alla guida, le attiviste hanno lanciato la campagna «Women2drive». Decine di ragazze e mogli di Riad sono salite in macchina, hanno guidato fino al supermercato o fino al lavoro e poi si sono autodenunciate con un video su Youtube. Senza paura, magari con il sostegno dei propri mariti. C’è stato anche qualche uomo che per solidarietà si è messo al volante vestito con abiti femminili. La proibizione di guidare fa riferimento a una fatwa, un editto, del 1990, anno in cui un gruppo di donne sfidarono il bando voluto de religiosi e conservatori e attraversarono la capitale in auto. Furono tutte arrestate, ma da allora le richieste di porre fine a un divieto unico al mondo diventarono pressanti. Per ora non hanno avuto successo. Alle leggi discriminatorie spesso si aggiungono le consuetudini sociali e familiari, non meno limitanti. Gesti che in Occidente sembrano normali, come intrattenersi da sole con un uomo che non sia un parente o praticare sport in luoghi pubblici, diventano rivoluzionari. E anche quando le proibizioni riguardano sia maschi sia femmine, le punizioni inflitte non sono mai equivalenti.