Un ragazzo di nome Tilli e l’incontro con l’Orca di Gardini

Fu un giorno che cambiò la vita a Tilli Antonelli. Tanto che oggi
nel resto del mondo lo chiamano &quot;Signor Pershing&quot;. La storia di un giovane velista che costruisce barche da sogno<br />

Nel settembre dell’anno di grazia 1955 mamma Franca dà alla luce un bimbo. Lo chiama Tilli. Tutto in un nome. Il cognome servirà più avanti. E sarà importante. Non c’è ancora la nutella. Tilli aspetta con pazienza, fino al 1964. Ha 9 anni, infatti, quando Ferrero inventa la ricetta della crema spalmabile alle nocciole più amata del mondo. Il ragazzino che nel frattempo si nutre di latte materno, e poi di piadine, comincia a spalmare nutella sulle fette di pane casereccio appena sfornato. Da allora non ha mai smesso.

In compenso quando non ha ancora tre anni, papà Franco lo porta con sé al Circolo Velico Ravennate. Presto ne diventa la mascotte, i soci lo coccolano, lo portano in mare, ovviamente in barca a vela. Nella darsena di Marina di Ravenna ormeggiano soltanto i pescherecci. Una domenica d’inverno il piccolo Tilli passeggia sul molo. Mamma e babbo lo tengono per mano. Lui corre verso un barcone, lo spinge forte fino a spostarlo. È il segnale di un legame indissolubile tra quel bimbo così piccolo e le «masse galleggianti». Un predestinato, per quelli del Circolo. Ma i bimbi crescono. Ed ecco un Tilli adolescente: 16 anni, barman in uno dei mille hotel della riviera, come tanti suoi coetanei. Dopo il turno di lavoro di corsa al porto. Dove lo attende il cabinato di un amico, una piccola imbarcazione di sei metri in vetroresina, di nome «Alpa 6».

Corre l’anno 1972. Con gli amici del circolo velico, partecipa alle prime regate, soprattutto in Sardegna. L’arte marinara del ragazzo - che ormai si presenta con nome e cognome, «Piacere, sono Tilli Antonelli» - non passa inosservata. Entra infatti nelle simpatie di due fratelli, gli architetti bolognesi Franco ed Ernesto Schomaker. Loro hanno un ketch, vogliono condurlo da Cesenatico a Porto Cervo circumnavigando l’Italia. E così, nell’estate del ’72, appena diciassettenne, lui partecipa alle prime regate importanti. E, soprattutto, sbatte il muso contro «Orca 43»: al timone c’è un gentleman dei mari, tale Raul Gardini da Ravenna. Al giovanotto viene un’idea: «Torno a casa su quella barca», giura a se stesso. È il giorno fortunato, perché Gardini gli concede il «passaggio».

Prima di salpare per Ravenna, però, il Contadino organizza un pranzo a bordo della sua barca d’appoggio e invita anche Tilli. Il quale si presenta in costume da bagno, a petto nudo, irriverente e scanzonato. A bordo ci sono alcuni vip, e quell’irruzione in mutande crea imbarazzo. Negli anni Settanta, infatti, la jet-society è ancora un po’ bacchettona. Oggi a bordo si sta nudi, per la gioia dei paparazzi. Poi, all’improvviso, quasi per farsi perdonare, lui stupisce tutti con effetti speciali: sbuccia una pesca con le posate. Movimenti perfetti. Ne viene fuori un fiore con i petali, il nocciolo al centro. Una performance stupefacente: gli ospiti bacchettoni si sciolgono.

Il comandante della barca, rivolgendosi a Gardini, dice: «Il brodo si fa con la carne, non con i dadi». Che si significa: ragazzo, sei arruolato. Un anno dopo, è il 1973, fa già parte dell’equipaggio di capitan Raul che, con la sua «Naif», una barca di 45 piedi progettata da Dick Carter, programma la partecipazione all’Admiral’s Cup in Inghilterra. Tilli entra nel mondo delle grandi regate. Ma in piena estate, complice un contrattempo, il giovanotto perde l’aereo per l’Inghilterra e salta una tappa dell’Admiral’s Cup. Arriva puntuale, invece, a quella successiva, ma rimane in banchina perché ce lo lascia il duro capitano: Gardini, infatti, lo rispedisce a casa: «Così impari a essere puntuale - gli dice - ho già un altro al posto tuo».

Coda tra le gambe, Tilli torna a Ravenna. Ma c’è sempre la buona stella dalla sua. Il giorno dopo, infatti, è già su un’altra barca per una regata meno prestigiosa, ma importante: la Transadriatica. Arriva settembre. Dopo le vacanze, Raul Gardini gli telefona e lo invita a cena in un ristorante di Ravenna. Tilli, scontata la penitenza, rientra nel team. Alla grande, tanto che accompagna il Comandante in Inghilterra all’incontro con German Freres. Si sta disegnando la nuova barca: il primo esemplare del mitico «Moro di Venezia». Il predestinato non si ferma più. Tanto che nel febbraio 1976, all’alba dei suoi 21 anni, viene spedito nel Massachusset, a Marble Head. Deve seguire la costruzione dell’albero e la fattura delle vele del «Moro». Un’esperienza fondamentale, una tappa decisiva che gli consente di farsi conoscere anche all’estero.

La consacrazione, però, arriva nel 1977. Tilli infatti partecipa alla sua prima «Fastnet race», una classica offshore lunga 608 miglia nautiche che dal 1925 si disputa al largo delle coste della Gran Bretagna. Il percorso inizia al largo del porto di Cowes (isola di Wight), raggiunge lo scoglio di Fastnet (Irlanda) per poi puntare a tutta forza su Plymouth. Il 1978 è un anno di transizione. Tilli decide di costruire vele, le testa personalmente in mare e insegna agli armatori come usarle. Lavora prima a Sanremo per la Hood, poi a Rapallo per Horizon (che in seguito diventerà North Sail).

Poi arriva il giorno più triste della sua vita, che cade nell’edizione 1979 del «Fasten race». È agosto e Tilli Antonelli assiste alla regata più tragica di tutti i tempi: una tempesta improvvisa manda a picco 109 imbarcazioni. Quindici i morti. È il momento della riflessione. Fare un bilancio della propria vita a 24 anni è improbabile. Tilli lo fa. Si interroga, cerca di capire che cosa farà da grande. Ha già fatto parecchio. Ma è ancora un ragazzo. Ha un solo cruccio: ha partecipato a tutte le possibili regate del mondo, ma gli mancano l’America’s Cup (l’Italia esordirà nel 1983 con Azzurra) e la prestigiosa Sydney-Hobart.

La buona stella non lo abbandona. E ancora una volta si trova al posto giusto nel momento giusto: a Ravenna. Un cantiere di Fano deve realizzare un servizio fotografico, ma nessuno è in grado di uscire in mare aperto con il fotografo. Lui sì, è lì pronto. Il servizio è perfetto e il cantiere gli offre un lavoro importante: responsabile della costruzione delle barche a vela. Lui accetta, ma prima porta a termine i suoi impegni agonistici nel campionato del mondo «One Tonner». Eccolo nel cantiere di Fano: giugno 1980.

Qui fa amicizia con due colleghi. Li studia a lungo, capisce che si tratta dei due migliori elementi del cantiere. Occasione da non perdere. Propone ai nuovi amici di aprire un cantiere in proprio. I due non se la sentono, tengono famiglia, il rischio è grande. Tilli non si arrende, e per convincerli trova un cliente che vuole una barca particolare e che, incredibile ma vero, gli molla subito un anticipo di 20 milioni senza fare una piega. Con questi soldi il ragazzo fonda il «Cantiere Navale dell’Adriatico».

È il settembre 1981. I due amici lo seguono, finalmente convinti e contenti. Due mesi più tardi il marinaio-imprenditore conosce una donna splendida che di nome fa Stefania. La sposa tre mesi dopo. Nello stesso anno vara la prima barca. Durante i test, Tilli attracca alle Tremiti dove incrocia Lucio Dalla. Il cantautore ammira lo scafo, lo guarda, se ne innamora. E arriva la seconda commessa. Per Tilli e i suoi due amici di Fano è l’inizio di un’altra storia. Oggi, il bimbo del Circolo Velico Ravennate è un ragazzo di mezza età che continua a spalmare nutella sulle fette di pane casereccio davanti agli occhi divertiti di Camilla, Nicola e Ludovico, i tre figli avuti da Stefania. A Fano, Ravenna e dintorni, per amici e conoscenti è sempre Tilli. Nel resto del mondo è il Signor Pershing.