Rahul Gandhi: "Cambierò l'India"

Il figlio di Sonia Gandhi parla al <em>Giornale</em>: &quot;La nostra famiglia è un simbolo di unità e democrazia per il Paese. Per cambiare serve più spazio al merito e alla modernità&quot;. Oggi si inizia a votare: si andrà avanti per un mese

Talwandi Sabo (Punjab-India) - Ci saranno 40 gradi sotto il tendone dove un mare di turbanti colorati ondeggia tra il turbinio dei ventilatori. Rahul Gandhi, in casacca e pantaloni bianchi, sbuca da una nuvola di polvere sollevata dall’elicottero atterrato a fianco di un campo di orzo maturo. Qui in Punjab, il granaio dell’India e regno dei battaglieri sikh, sta per iniziare la mietitura. Il suo comizio, in hindi, dura appena sette minuti ed è una fotocopia di quello fatto il giorno prima in Kerala a quasi tremila chilometri a sud. L’ «Obama» indiano, dalla pelle chiara e dai lineamenti italiani è agli ultimi impegni di una lunghissima campagna elettorale, condotta come candidato simbolo del Partito del Congresso, la forza di maggioranza relativa nel Paese. La sua parola d’ordine: cambiare il volto dell’India coinvolgendo i giovani che non sono più i figli di un Paese postcoloniale e sottosviluppato, ma la generazione delle riforme economiche che hanno levato i ceppi all’elefante indiano.

In caso di vittoria del Congresso, il candidato a primo ministro è l’attuale premier Manmohan Singh, ma sono in molti a vedere Rahul come il suo successore un giorno...
«Lo so che c’è molta pressione su di me, ma per ora preferisco il lavoro organizzativo all’interno del mio partito che deve diventare un partito moderno e progressista. Mi sono ripromesso di rivoluzionare l’ala giovanile del Congresso, lo Youth Congress, nei prossimi due anni. Il primo passo è già stato compiuto proprio qui in Punjab con le elezioni a livello di partito giovanile. È stata la prima volta che il partito ha scelto la propria leadership in maniera trasparente. Intendo fare la stessa cosa anche negli altri Stati in modo da avere tra due anni il più grande movimento giovanile del mondo attraverso elezioni democratiche».

Il suo principale obiettivo degli ultimi anni è stato quello di promuovere un rinnovo generazionale nel partito del Congresso. Perché è così importante?
«Il 70 per cento della popolazione indiana è al di sotto dei 35 anni. Il futuro dell’India moderna è nelle mani di questi giovani. Bisogna dare loro la possibilità e gli strumenti per partecipare ai processi decisionali. Se vogliamo essere veramente democratici dobbiamo utilizzare strumenti democratici per creare la base politica. Per esempio qui in Punjab grazie alle elezioni di partito lo scorso dicembre abbiamo ora 2500 volti completamente nuovi. Certo non bastano solo tre mesi, ma ci vogliono cinque o sette anni prima di vedere i risultati. Non bastano le elezioni, bisogna promuovere il concetto stesso di democrazia».

Che cosa vogliono i giovani indiani?
«Vogliono un cambiamento radicale del modo in cui noi facciamo politica ed è proprio quello che io vorrei fare. Voglio dare la possibilità ai giovani di entrare nel partito sulla base dei meriti e delle performance, non più per nepotismo o grazie al denaro. Certo non è un compito veloce. Non dimentichiamo che noi indiani rappresentiamo un abitante su sei del pianeta e ci vuole tempo a cambiare. Ma io ho già iniziato».

Non è un paradosso che proprio l’erede della più famosa dinastia politica indiana parli di rinnovamento e di facilitare l’ingresso dei giovani?
«Penso che proprio perché provengo da una famiglia importante sono l’unico in grado di farlo. La gente mi vota perché il cognome che porto è una garanzia. Le aspettative della gente non sono su di me, ma sui valori che rappresenta la famiglia dei Gandhi, che sono quelli di un’India unita e rispettosa delle minoranze».

Lei è considerato piuttosto schivo e riservato sulla sua vita di scapolo trentottenne, ma molti vorrebbero sapere se ci sono nozze in vista. Anche sua sorella Priyanka l’ha auspicato l’altro giorno davanti ai giornalisti...
(con un sorriso imbarazzato) «Me lo chiedo anch’io a volte. Adesso comunque non ne avrei proprio il tempo».