Le razze? Una bella invenzione che ci ha fatto perdere la testa

Guido Barbujani racconta la storia della biodiversità: le differenze non sono nei geni ma nei modi di pensare

I testi divulgativi sono pericolosi e vanno maneggiati con cura. Eppure fior di specialisti cedono alle lusinghe della (bistrattata) stampa scivolando, per esempio, nelle banalizzazioni delle rubriche mediche. Farà bene un bicchiere di vino? Quale dieta dopo le abbuffate natalizie?
Ragionevole, quindi, la curiosità e anche una certa diffidenza, di fronte al libro di Guido Barbujani L'invenzione delle razze (Bompiani, pagg. 177, euro 7,80). Barbujani l’avevo conosciuto nel ’94, per una biografia romanzata di Darwin, pubblicata da Marsilio. Probabilmente la prima opera di un giovane autore, che sarebbe diventato un docente di Genetica. Lecito interrogarsi su come avrebbe affrontato, oggi, il delicato argomento delle razze, che mai sembra passare di moda. Col linguaggio criptico dei cattedratici, o magari da polemista, in conflitto coi «creazionisti» americani e le imbarazzanti dichiarazioni di alcuni vescovi?
Barbujani ha fatto meglio. Per dirla con Lorenz, «l'imprinting» di scrittore deve averlo segnato per sempre, visto che ha il dono non comune di farsi capire senza scostarsi di un millesimo dal rigore scientifico. Una volta un paleontologo, il triestino Paolo Arbanassi (amico italiano di Konrad Lorenz), mi rise in faccia perché lo interrogavo sulle origini antiche del cirneco dell’Etna. «Ma le razze dei cani non esistono! - esclamò - sono una creazione artificiale dell’uomo». Aggiungendo che la stessa individuazione di una razza tra gli animali selvatici «è sempre molto difficile». Una razza, infatti, designa individui che si distinguono dagli appartenenti alla medesima specie, per uno o più caratteri costanti, trasmessi con regolarità ai discendenti. Eppure, mentre gli zoologi sembrano quasi disconoscere la stessa valenza scientifica del termine «razza», esso viene, per così dire, «rivalutato» culturalmente. Barbujani si limita a raccontare, con prosa limpida e sicura, la storia della biodiversità umana.
Compie un viaggio lungo e affascinante, che parte dai tempi bui, ma non lontanissimi, in cui si sosteneva, addirittura, l’esistenza di sottospecie umane: il termine «boscimane» deriva ad esempio dalla distinzione tra i «men», gli uomini veri e propri, e i «bushmen», gli uomini della boscaglia. Prosegue con Darwin, Malthus e Mendel, dai tentativi di classificazione razziale fino agli studi contemporanei sul Dna. Spiega con chiarezza perché siamo tutti africani - lo aveva già fatto Luca Cavalli Sforza studiando la geografia del linguaggio - e perché le classificazioni trinomie di stampo ottocentesco siano sorpassate. Al pari dell’idea che l’umanità si divida in gruppi biologicamente distinti, ovvero in razze. Spiega, in altre parole, come lo studio dei geni ci abbia fatto capire «da dove veniamo, come ci siamo venuti, e quanto diversi siamo gli uni dagli altri». E che le razze ce le siamo inventate, essendo, noi uomini, «tutti parenti e tutti differenti».
Il suo solido razionalismo non gli impedisce però di ammettere che, in fin dei conti, le razze esistono: non nei nostri geni, ma nella nostra testa. È dalle differenze culturali che prende forza l’idea di un’umanità divisa in gruppi congenitamente diversi. È stato calcolato che, col tasso attuale di matrimoni misti, ci vorranno 500 anni perché si annullino le differenze genetiche tra inglesi e scozzesi. Per i loro contrasti culturali ci vorrà molto di più.