Il reazionario amato dalla sinistra

Dopo anni di disattenzione, se non proprio di disinteresse, la ruota della fortuna sembra ormai puntare a favore di un grande ritorno del «Mago», come Thomas Mann (1875-1955) veniva chiamato dai suoi. La rivisitazione è cominciata in sordina con la pubblicazione dell’edizione critica della sua opera da parte del suo storico editore Fischer accanto alle monumentali, esaurienti biografie ad opera di rigorosi studiosi tedeschi, fino a quella più «breve» (si fa per dire) di Hermann Kurzke, Thomas Mann. La vita come opera d’arte (Mondadori, pagg. 680, euro 35), fresca di stampa, assai vivace e godibile.
Per decenni la cultura tedesca e in genere quella occidentale lo aveva imbalsamato, tutti ne parlavano con ossequio, ma senza desiderio di leggerlo. Tra gli autori di lingua tedesca del Novecento si preferivano Brecht, il combattivo dialettico, Hesse, lo straordinario incantatore della beat generation, Kafka, il grande sismografo della crisi della modernità. Immensa e giustificata risonanza ebbe la pattuglia mitteleuropea della finis Austriae: Musil, il più grande sperimentatore del romanzo novecentesco; Hofmannsthal, il delicato lirico della decadenza; e infine Roth, il narratore della fine dell’Impero e del collasso ebraico-orientale. Thomas Mann era ignorato. Poi improvvisamente il Mago torna a rivivere e non certo per la filologia. E un segnale di questa resurrezione sono anche le polemiche che sempre si riaccendono, non infondatamente, intorno alla sua opera, o meglio intorno alla sua collocazione spirituale e politica.
Anche in Italia una serie di interventi su varie pagine culturali hanno riproposto l’attualità di questo dibattito. Sono definitivamente tramontati i tempi in cui il Pci si era impadronito dell’autore di Lubecca. Si pensi che tra le varie Associazioni culturali ispirate al Pci, vi era il Centro Thomas Mann che per decenni svolse la funzione, per altro non superflua, di attiva mediazione culturale tra il nostro paese e la Repubblica democratica tedesca, non ancora riconosciuta ufficialmente. Oggi manca poco che un circolo giovanile di destra non scelga d’intitolarsi «Thomas Mann», che è stato l’autore delle Considerazioni di un impolitico (Adelphi), il più importante, intramontabile e intramontato breviario del pensiero neoconservatore, la vera summa ideologica della Rivoluzione conservatrice, il pamphlet più cattivo e più fascinoso della saggistica di destra.
Tutti i veleni dell’irrazionalismo, tutti i paradisi artificiali del vitalismo, della decadenza, del simbolismo erano riuniti l’uno accanto all’altro in un preparato alchemico che acquista continua vita a ogni lettura. In quelle pagine feroci, terribili, mostruose è racchiuso il genio di Mann e per il resto della vita lo scrittore dovette fare i conti con quella «galera» (così aveva chiamato il saggio guerresco scritto «in trincea spirituale» e pubblicato nel 1918). Certo, se ne distanziò, divenne democratico, simpatizzante prima di Roosevelt e poi pure del socialismo, perfino di quello «reale» della Repubblica democratica tedesca, che lo osannò come uno dei suoi padri fondatori. Ma lui rimase, malgré soi, l’autore delle Considerazioni, di Morte a Venezia, di Altezza reale e di Sangue Velsungo, la novella intinta dei più perversi sentimenti antisemiti. E ancora nel 1952, in una lettera al suo amico Ferdinand Lion scriveva: «Il mio atteggiamento democratico non è perfettamente sincero, è solo una reazione irritata all'“irrazionalismo” dei tedeschi, alle loro profondità fasulle \ e al fascismo in genere, che non riesco proprio a sopportare \ Ho sempre sentito che, al tempo della mia ostinazione reazionaria, nelle Considerazioni di un impolitico ero stato molto più interessante e lontano dalla banalità». E del resto gli intellettuali di sinistra ebbero sempre un senso di diffidenza: è noto che Brecht lo definì «il rettile» e «il colletto rigido», ironizzando sui colletti inamidati, tanto amati dal patrizio di Lubecca.
Sì, la sua opera non può essere tradotta in termini partitici e nemmeno essere spesa nella prospettazione politica sia quella spicciola sia quella di più ampio respiro. Ma Thomas Mann e la sua cultura non sono quelle sognate da György Lukács, caso mai ha avuto ragione Asor Rosa quando nel 1971 pubblicò un provocatorio saggio critico Thomas Mann o dell’ambiguità borghese, che rivendica la coerente ambiguità e la sostanziale vocazione decadente di Mann. Del resto il suo ultimo immenso romanzo, Doktor Faustus, descrive la dicotomia tra il genio irrazionalista di Adrian Leverkühn e l’equilibrato umanesimo di Serenus Zeitblom, il suo onesto e modesto amico d’infanzia. È l’autore ad ammetterlo: «Zeitblom è una parodia di me stesso. L’atteggiamento di Adrian verso la vita assomiglia al mio molto più di quel che si dovrebbe credere - o che si deve credere». Sì, il mondo sarebbe più umano (ma più banale) se fosse abitato dai discendenti di Serenus, ma non certo l’universo di Thomas Mann, che è quello della malattia per l’arte, della musica per la genialità, dello sforzo fascinoso del rapimento pur di cogliere l’attimo supremo della creazione. In Adrian - come in Aschenbach e in tante altre sue raffigurazioni - affiora il fascino della sregolatezza, la seduzione borghese di rompere gli argini, pur così ferramente difesi. Lo smisurato discorso, che si è fatto sull’omosessualità manniana, rientra paradossalmente in questa sua intrinseca, innata, connaturata ambiguità: fremere per il bel corpo di un efebo e procreare con la fedelissima Katja sei figli. Le foto dei coniugi Mann anziani, mano nella mano, sempre teneramente insieme, sempre solidali, potrebbero essere - e in fondo, a modo loro, lo sono pure - l’icona del matrimonio «felice» in quest’epoca così caotica e disorientata, dove la borghesia - e l’intera civiltà occidentale - non sa e non può rinunciare all’istituto del matrimonio, su cui, per altro, Mann scrisse uno dei suoi saggi più suggestivi e ironici. Ma l’arte, la sua arte, vive nell’attimo, nell’intuizione del contrasto, nella percezione fulminea della contraddizione, nel fascino, irrisolto e mai superato, della violazione, intesa quale sfida, provocazione e dialettica riaffermazione di un ordine che trascende i poli dell’antinomia iniziale. Ed è l’attimo della trasgressione estetica o sessuale, l’attimo del superamento di ogni confine, di ogni limite e in quegli attimi rivive la vocazione «impolitica», antidemocratica, di Mann, discepolo di Wagner e di Nietzsche, che ha saputo, però, anche comprendere la tragedia tedesca e porsi consapevolmente come cittadino contro la violenza plebea e brutale di Hitler e delle sue squadracce. Mann era troppo aristocratico, troppo elegante, troppo civile per simpatizzare per le camicie brune, le sue uniche camicie erano quelle candide di bucato, stirate a puntino, dei Buddenbrook, dei suoi antenati, patrizi della libera repubblica oligarchica di Lubecca. Così come il padre rappresentava la libertà baltica, lui rappresentò la liberta dell’arte tedesca, quella romantica, wagneriana, nietzscheana, quella, appunto, manniana.