Referendum, i cittadini svizzeri al voto: "Chiudiamo le frontiere ai turisti della morte"

Il canton Zurigo decide se mettere al bando l’eutanasia e fermare gli ingressi dei malati terminali stranieri. Sei svizzeri su 10 contrari al flusso di "migranti" che arriva da tutta Europa

È un voto locale, ma riguarda tutta Europa. È un semplice «sì» o «no», ma è questione di vita o di morte: la stessa morte che hanno trovato qui finora almeno una trentina di italiani e circa 150 cittadini inglesi. Il canton Zurigo decide oggi tramite referendum se chiudere le sue frontiere. Ma questa volta non c’entrano gli immigrati. Di mezzo ci sono le centinaia di persone che ogni anno sperano di entrare nelle cliniche che praticano il suicidio assistito. «Turisti della morte», li chiamano i promotori del referendum. Di fatto sono vite e famiglie straziate, in cerca di pace, della fine. Su di loro sono chiamati a decidere gli zurighesi. Due quesiti - tra i sette sottoposti ai cittadini su tasse e assicurazione sanitaria -: il primo per stabilire se mettere al bando del tutto l’eutanasia, punendo qualsiasi forma di istigazione e aiuto al suicidio, il secondo per decidere di fermare gli ingressi dei malati terminali nel cantone e limitare l’aiuto al suicidio solo ai residenti.

A promuovere il voto l’Unione democratica federale e il partito evangelico. Hanno raccolto migliaia di firme in più del necessario: seimila erano sufficienti ma sono stati 8763 ad appoggiare la campagna «Stop euthanasia» e 9216 a sostenere il «no al turismo dell’eutanasia». È probabile che i primi non riescano a centrare l’obiettivo, nel Paese dove il suicidio assistito è legale dal 1942 per i malati terminali e dove sei cittadini su dieci si dicono favorevoli. C’è il sospetto, invece, che i secondi abbiano una chance di chiudere la partita e fare in modo che Zurigo smetta di essere la mecca dei malati terminali di mezza Europa: un sondaggio dice che il 66% degli svizzeri è contrario al «turismo del suicidio».

In molti hanno conosciuto la campagna di Pfaffikon, quella casa immersa nel verde, dove la morte improvvisamente diventa «dolce» e l’addio alla vita si consuma in dieci minuti la massimo, con una colonna sonora scelta dal paziente ad accompagnare l’addio. Qui ha sede la Dignitas, una delle più famose cliniche svizzere dove i malati vengono accompagnati alla morte. Ogni anno sono circa 400 le domande su una media di 1.400 suicidi assistiti nel Paese, «ma solo 120 vengono accettate, le altre non rientrano nei parametri delle norme svizzere», spiega Emilio Coveri, presidente dell’associazione pro-eutanasia Exit Italia.

Ed è proprio per questo che anche Bernard Sutter, vicepresidente di Exit International, punta anche lui il dito contro il turismo della morte: «Aiutare qualcuno con il suicidio assistito è un responsabilità molto grande. Non possiamo risolvere il problema di morire nel resto d’Europa. Saremmo felici se gli altri Paesi cambiassero le loro leggi».
In Spagna, il governo Zapatero ha approvato due giorni fa un disegno di legge sui diritti del paziente e le cure palliative, che consentirà di determinare in anticipo «la propria volontà sul trattamento che auspica di avere nella fine della sua vita».

Non è il via libera all’eutanasia piuttosto un no all’accanimento terapeutico, se così desidera il paziente. Invece Anne Turner, inglese, 66 anni, che aveva già visto morire il marito fra grandi sofferenze, ha deciso di andare in Svizzera e farla finita dopo che le era stata diagnosticata una malattia neurologica degenerativa. «Se non avessimo potuto andare alla Dignitas, mia madre avrebbe convinto qualcuno della famiglia a ucciderla o avrebbe cercato di procurarsi la morte da sola», ha raccontato alla Bbc la figlia Sophie, convinta che il voto svizzero possa aprire un dibattito in Europa. Dibattito che in Italia è ancora acceso, come la voglia di fuggire in Svizzera di circa trenta malati terminali negli ultimi anni. Anche loro «turisti della morte», direbbero gli svizzeri. Con biglietto di sola andata.