Il referendum non cancella il ricatto dei piccoli partiti

Chi giustamente non vede l’ora di liberarsi di questo governo sempre più avvolto nei pannoloni dei senatori a vita, e finalmente avvertito dalla radicale Emma Bonino come «un monocolore comunista» senza tuttavia trovare il coraggio di uscirne davvero, potrebbe essere tentato di compiacersi del traguardo che stanno tagliando con la raccolta delle firme i promotori dei nuovi referendum elettorali.
Ai quali il ministro della Giustizia Clemente Mastella e altri partiti minori della presunta maggioranza uscita l’anno scorso dalle urne sono talmente contrari da essere disposti alla crisi e alle elezioni anticipate pur di evitarli. Ma anche una riforma parlamentare della legge elettorale, se fosse approvata in tempo per anticipare e far decadere i referendum, comprometterebbe la legislatura delegittimando le Camere elette con il vecchio sistema.
Gli aspetti positivi dei referendum in cantiere consistono tuttavia solo nel rischio di crisi che comportano.
I benefici strutturali sbandierati dai loro promotori sono invece illusori. Non è per niente vero, per esempio, che assegnando il premio di maggioranza non più alla coalizione, come oggi, ma alla lista più votata, come avverrebbe in caso di successo del principale dei tre quesiti referendari, si semplificherebbe il quadro politico, si eliminerebbero i piccoli partiti e si aprirebbe finalmente la stagione del bipartitismo.
Anche se i piccoli partiti lo lasciano credere pure loro protestando contro i referendum, in realtà essi farebbero solo più fatica a negoziare con i partiti più grandi le candidature sicure, garantite dalla mancanza del voto di preferenza, in quelli che diventerebbero i due listoni in gara per l’aggiudicazione del premio di maggioranza.
Ad elezioni avvenute, i regolamenti parlamentari continuerebbero a consentire la formazione dei gruppi con soli venti deputati o dieci senatori, ed anche meno con le deroghe permesse dagli uffici di presidenza delle assemblee.
Usciti dalla porta, i piccoli partiti rientrerebbero così dalla finestra con i loro simboli, i loro nomi e i loro ricatti, secondo un modello d’altronde già sperimentato con le candidature nei collegi uninominali della precedente legge elettorale.
Che non a caso, pur essendo maggioritaria per i tre quarti e proporzionale solo per un quarto dei seggi parlamentari, produsse un aumento, non una riduzione dei partiti rispetto alla tanto odiata e bistrattata Prima Repubblica.
Gli elettori tornerebbero quindi ad essere imbrogliati, come in occasione dei precedenti referendum elettorali, promossi non per abrogare leggi o parti di esse, secondo quanto consente l’articolo 75 della Costituzione, ma per cambiarne i testi tagliandoli con il bisturi dell’astuzia e della truffa.
Il cui uso è stato disinvoltamente autorizzato dalla Corte Costituzionale con una frequenza che non consente purtroppo di sperare in un suo ripensamento.