Come in «La regina Cristina», scelse di abdicare alla vita

Il film di Mamoulian girato nel 1933, quando la star aveva 28 anni, anticipa, nel personaggio della sovrana svedese, la sua scelta di esiliarsi dal mondo

Sauro Borelli

«La regina Cristina è uno di quei film (molto amati dai critici) importanti non tanto dal punto di vista narrativo, quanto perché gettano luce sul protagonista e sono in fondo una loro autobiografia». Richard Corliss, attentissimo esegeta dei film, non meno che dell’accidentata avventura esistenziale di Greta Garbo, coglie perfettamente nel segno individuando nel progetto e nell’interpretazione del film che Rouben Mamoulian realizzò nel 1933 gli indizi paradigmatici attraverso cui l'ormai consacrata diva hollywoodiana volle (seppe) dare senso e corpo consistenti a ciò che scespirianamente avrebbe potuto definire «l’inverno del proprio scontento».
Aggiunge alla sua prima intuizione Corliss: «La Garbo aveva (allora) ventotto anni, proprio l’età del suo personaggio». E giusto a tale proposito sono abbastanza noti i laboriosi approcci della stessa Garbo nel dar vita sullo schermo all’eccentrica figura della giovane sovrana svedese per dieci anni sul trono, dopo l’assassinio del padre Gustavo Adolfo nel 1632. Prima di tutto, basandosi sull’originale sceneggiatura di Salka Viertel, la Garbo puntò resoluta, per la regia del film, su Victor Sjöström, allora regista in gran voga e futuro, impareggiabile interprete, poi, del capolavoro bergmaniano Il posto delle fragole (1957).
Rivelatasi impraticabile questa prima opzione, si pensò via via a Lubitsch, Von Sternberg, Clarence Brown. Finché la scelta definitiva cadde su Mamoulian «perché quel georgiano (d’origine armena) formatosi alla scuola di Stanislavski era un uomo di cultura». Analoga trafila si seguì per trovare il comprimario maschile della regina Cristina, Don Antonio e, contrariamente ai nomi degli attori in predicato - Franchot Tone, Nils Asther, Leslie Howard, Laurence Olivier - la Garbo impose il pur chiaccherato John Gilbert, incline all’alcol e ormai, dopo l'avvento del sonoro, scarsamente gradito al pubblico.
C’è nella vicenda che precedette, accompagnò e poi ebbe a mischiarsi allo stesso ordito narrativo de La regina Cristina una serie di coincidenze, analogie che, pur velate, danno la misura dell’immanente psicodramma che culminerà nel 1941 con l’improvvido «ritiro dalle scene» della Garbo. Così come, nella prima metà del 1600, la volitiva regina Cristina di Svezia abdicò dal trono, dopo aver vanamente cercato, anche al di là delle rigide costrizioni di corte, d'essere pienamente donna, per finire prima nella Francia di Richelieu e quindi nella Roma papalina come una facoltosa signora borghese piena di «vizi e capricci».
La regina Cristina racconta, in ispecie, l’autentica passione per il nobile spagnolo Don Antonio. E mal gliene incoglierà poiché sollecitata a contrarre un matrimonio sgradito, sceglierà piuttosto l’abdicazione e la solitudine. È quasi superfluo sottolineare come la stessa Garbo - privilegiata, in parallelo sintomatico con la regina Cristina, la propria «abdicazione» di ineffabile sovrana dello schermo - sarà sbalestrata per il resto del suo prolungato, inerte «autoesilio dalla vita» in un seguito interminabile di giorni vuoti, inutili.
Forse può sembrare eccessivo ogni raccordo tra la Garbo e il personaggio di Cristina, ma l’immagine finale del film di Mamoulian risulta, in questo senso, inequivocabile. «Nella scena in cui Cristina salpa dalla Svezia con il cadavere dell’amante a bordo e fissa il mare... la cinepresa compie una lenta carrellata di trenta secondi...» sublimando l’immagine fissa in un tutto che è solitudine, estraneità, assenza, nulla. Appunto, il nulla cui l’arguto Mamoulian aveva suggerito alla Garbo di improntare il proprio sguardo. Così da tramutarla, paradossalmente, in icona immutabile per l’eternità. Una sfinge, un feticcio muto.