Regionali, i nuovi governatori aiutino e difendano la nautica

L’attenzione della politica si sposta sui
territori. Incidentalmente 4 delle 5
regioni il cui voto è in bilico, secondo i principali istituti
demoscopici, sono anche quelle a forte vocazione nautica, con un
indotto imponente

di Anton Francesco Albertoni

Tempo di elezioni regionali. L’attenzione della politica e della comunicazione si sposta sui territori (pasticci di liste a parte). Incidentalmente 4 delle 5 regioni il cui voto è in bilico, secondo i principali istituti demoscopici, sono anche quelle a forte vocazione nautica, con un indotto imponente e diverse migliaia di famiglie che a questo comparto devono le loro fortune e, ultimamente, non pochi problemi. A livello di politica nazionale troppo spesso la nautica rimane un tabù, vittima della troppo facile equazione barca uguale ricchezza. Formula che ignora sia la reale consistenza della flotta (per l'80% composta di scafi sotto i 12 metri), sia che nel segmento sopra i 24 metri - le cosiddette navi da diporto - l’Italia ha un primato mondiale assoluto, detenendo il 51% del portafoglio ordini mondiale, seguita dal colosso statunitense che ha una quota del 22%. Tutto questo si traduce in 36mila addetti diretti e 120mila nell’indotto, per avere un riferimento quasi una volta e mezzo tutti gli addetti italiani dell’intero gruppo Fiat, o più o meno gli stessi lavoratori del settore degli apparecchi domestici. Di questi 120mila, 3.757 addetti diretti e 1.100 dell’indotto sono in Piemonte, che vanta uno dei due gruppi leader al mondo e, con la sola produzione di barche, escluso l'indotto, genera un contributo al Pil di poco inferiore a un miliardo di euro. Stesso risultato economico per la Liguria, che raggruppa alcuni dei marchi storici della nautica, dove gli addetti diretti sono 3.196 e ben 12.078 quelli dell’indotto, grazie al sistema della portualità turistica. Oltre 6mila famiglie vivono di nautica nel Lazio e 8mila in Campania, che complessivamente, con la sola costruzione delle barche, generano un contributo al Pil di circa 500 milioni di euro l’anno. Secondo il «Rapporto Italia» della fondazione Edison, la nautica rappresenta il quinto traino del nostro export e le regioni citate - insieme con Toscana e Marche - sono i cavalli di razza del sistema Paese. Eppure questo settore continua a considerarsi ingiustamente penalizzato dalle istituzioni sia nazionali, sia locali. Non a caso per il 65% degli imprenditori il governo trascura colpevolmente il comparto; per il 79% di essi la politica non ha la giusta percezione di cosa la nautica significhi in termini di ricchezza per la nostra economia. Eppure come evidenziato nel Rapporto sul turismo nautico 2009, la capacità di spesa di un turista diportista è quasi il doppio di un city tourist. Ciò grazie a una filiera molto articolata, persino complicata da descrivere, che da questa complessità trae l’elevato moltiplicatore del reddito e dell’occupazione che non ha eguali nemmeno negli altri comparti del cluster marittimo (riparazioni navali, pesca, trasporti marittimi). La barca infatti non è solo il motore per le risorse economiche direttamente collegate alla suo uso-manutenzione, ma se inserita nell’ottica dei servizi e del turismo, attiva le più diverse economie, dallo shopping alla ristorazione, dall’intrattenimento alla cultura, dai trasporti alla ricettività alberghiera, dalle fiere alla stampa specializzata. In una parola il territorio. Dati sui quali i prossimi candidati alle regionali dovrebbero riflettere.
*Presidente Ucina
Confindustria Nautica