Reinaldo Arenas, se la libertà non basta a toglierci le catene

«Odia l'oppressione,
ma abbi paura degli oppressi».

V.S. Naipaul
Tommy Cappellini
Perché? Perché degli oppressi bisogna avere paura? Non passa forse attraverso di loro la tensione dell'uomo verso la libertà? Non è per il tramite della loro ribellione, e delle conseguenti azioni eroiche contro ciò che li opprime, che si manifesta contagiosa tutta l'irriducibilità del desiderio umano di respirare, camminare, parlare, amare liberamente?
Eppure qualche volta - e credo Naipaul si riferisca a situazioni simili - l'oppresso alimenta dentro di sé una rabbia nichilista. Disposto a versare molto sangue, non solo il proprio, per raggiungere la libertà, quando la ottiene si ritrova stranamente incapace di passione costruttiva. Non sa più cosa vuole: ed è qui che comincia la vera solitudine. Non gli resterà che cercare di nuovo la morte, in molti modi: non ultimo quello di alzare la mano su di sé.
Reinaldo Arenas nacque a Holguín, Cuba, nel 1943, in seno a una famiglia allargata che si manteneva con l'agricoltura. Genitori, zie, nonni, erano costantemente alle prese con la miseria. Dopo un'infanzia selvaggia tra campi desolati e superstizioni contadine, diciottenne, Reinaldo decise «quasi per noia» di arruolarsi nelle milizie di Fidel Castro, contribuendo alla vittoria di quella che più tardi si rivelerà, ai suoi stessi occhi inorriditi, una dittatura ben più feroce di quella di Fulgencio Batista. Per ricompensa, gli venne concessa la possibilità di studiare, lavorare e scrivere: ma gli anni Sessanta furono ugualmente per Arenas un periodo molto difficile. I suoi libri barocchi e aggressivi, ma soprattutto pieni di omosessualità e descrizioni veritiere di tutti quei problemi sociali che il regime tentava disperatamente di nascondere, gli procurarono dapprima un'ostilità strisciante, poi un'aperta persecuzione. In Europa, dove le sue opere arrivavano di contrabbando, la sua fama cresceva, ma a Cuba finirono per condannarlo a due anni di carcere: dal 1974 al 1976 Arenas subì torture e violenze nel carcere di El Morro, tentò il suicidio, venne messo ai lavori forzati, e infine ne uscì solo per ritrovarsi nella povertà più squallida.
Ha del miracoloso come lungo tutto questo calvario egli sia riuscito a scrivere racconti dalla struttura sofisticata, a metà strada, come è stato detto, «tra José Lezama Lima e Joyce», e dallo stile intarsiato e sensuale: di questi, esce a giorni in libreria la traduzione italiana di Arturo, la stella più brillante (L'ancora del Mediterraneo, pagg. 80, euro 8). La storia, molto esile, è quella di un ragazzo che insieme a un gruppo di amici viene arrestato nella Cuba del líder máximo, perché ha i capelli troppo lunghi: discutibile segno di mentalità sovversiva, che però lo condurrà in un campo di rieducazione dove, attraverso il lavoro, l'umiliazione e le punizioni corporali, si pensa di poterlo redimere, e riabilitarlo all'etica comunista. Ma, come accade a certi personaggi di Nabokov, il rifugio dalla bestialità del totalitarismo sarà per Arturo la poesia: «Perché la realtà, si disse, o intuì, mentre cospargeva di fiori il ramo di un albero, scuriva delle fronde o creava una nuova sfumatura di colore, non è nel terrore che si patisce ma nelle invenzioni che lo cancellano, che sono più forti, più reali del terrore stesso...».
Alla fine degli anni Settanta, Reinaldo comincia a organizzare tentativi di fuga dall'isola, ma li fallisce tutti. Nel 1980 Castro promuove l'esodo di Mariel, una fuga di massa «autorizzata» di migliaia di persone «non gradite al regime», omosessuali, straccioni, malati di mente. Arenas cerca di approfittarne, ma fino all'ultimo, fino a quando non falsificherà il proprio nome sul passaporto, gli viene negato di partire. Raggiunge finalmente gli Stati Uniti, e si stabilisce in quella che sarà la sua ultima città, New York. Qui avrebbe dovuto trovare, se non pace, almeno la libertà che aveva sempre cercato.
La delusione sarà grande. Nell'intenso lavoro intellettuale di questi anni, Arenas lascerà cadere numerose denunce che tradiscono un'insoddisfazione di fondo, un disadattamento innanzitutto interiore, di cui l'anticastrismo, per quanto profondamente vissuto, era soltanto una maschera. Se la prende con tutti: «La differenza tra comunismo e capitalismo è che nel primo, se ti danno una pedata nel didietro, devi applaudire, nel secondo, puoi gridare». Attacchi a politici, a colleghi scrittori, al mondo: la sua autobiografia Prima che sia notte ne è piena. Si salva soltanto il sesso, il piacere, cantato e ricercato in una sorta di esasperazione che gli sarà fatale: nel 1987 si scopre sieropositivo.
Il suo è un caso simile a quello di altri intellettuali fuoriusciti dal comunismo: molto vicino, per esempio, a quello di Victor Kravchenko, autore di Ho scelto la libertà, di cui Indro Montanelli disse: «Avevo constatato con i miei occhi che a vivere libero, per lui che aveva scelto la libertà, non ce la faceva». Come Kravchenko, Reinaldo Arenas si suicidò. All'alba del 7 dicembre 1990 inghiottì una quantità di pillole. Le sue ultime parole, scritte poche ore prima, furono: «Cuba sarà libera. Io lo sono già».
Forse per questo qualche volta gli oppressi fanno paura. Ci comunicano, inconsapevoli, che nemmeno la libertà è sufficiente.