Renato Serra sacerdote delle Lettere e soldato «critico»

«Vociano» anomalo, interventista con molti dubbi, ci ha lasciato poche opere, ma essenziali Fu uno dei giovani intellettuali più brillanti dell'epoca

Non erano ancora trascorsi due mesi dall'inizio delle ostilità. Il 20 luglio 1915, al tramonto, in un combattimento sul monte Podgora, nel corso della seconda battaglia dell'Isonzo, cadde, colpito in piena fronte da una palla austriaca, un giovane intellettuale di appena 31 anni, Renato Serra. Qualche ora prima della sua tragica fine aveva scritto alla madre poche parole che, rilette alla luce del suo destino, appaiono toccanti per il loro sottolineare la noiosa quotidianità delle giornate al campo e la trepida attesa dell'azione: «Cara mamma, un saluto in fretta anche stamattina, alzati all'alba. Niente di nuovo: le solite vicende di temporale e di sole, e lo spettacolo di un'azione che si intravede e si sente rumoreggiare sui monti circostanti. Noi sempre al nostro posto, con molte faccende dei servizi di seconda linea».

Serra era stato richiamato, col grado di tenente di complemento, il 1° aprile 1915 ed era subito partito per il Veneto, ma un brutto incidente, dal quale era scampato miracolosamente pur perdendo l'udito dell'orecchio destro, lo aveva costretto a una lunga convalescenza in ospedale. Solo l'8 di luglio, a guerra iniziata, aveva raggiunto i commilitoni. All'amico del cuore Luigi Ambrosini aveva scritto: «Mi tocca di partire improvvisamente. Questo tronca le lettere e le chiacchierate. Me ne vado non perfettamente ristabilito; ma abbastanza per essere un buon soldato. A tutto il resto non si pensa più; e si sta bene». Pochi giorni ancora e sarebbe morto. Fu uno dei tanti giovani intellettuali italiani, che avrebbero potuto costituire l'embrione di una futura classe dirigente e che caddero sui campi di battaglia della prima guerra mondiale: Alberto Caroncini, Giosuè Borsi, Scipio Slataper, Ruggero Fauro, Carlo Stuparich, Umberto Boccioni, per ricordare appena qualche nome.

Rampollo di una famiglia borghese di tradizioni risorgimentali, Serra si era formato nell'ambiente provinciale ma pervaso di tradizioni umanistiche della natia Cesena, si era laureato nell'ateneo bolognese dominato dalla personalità di Carducci, aveva frequentato gli ambienti fiorentini, in particolare quelli gravitanti attorno a La Voce . Il suo «vocianesimo», peraltro, fu assai meno solido e ortodosso di quanto si pensi. Giuseppe Prezzolini, in proposito, ha scritto che «l'inserimento di Serra ne La Voce fu una lenta conquista» da parte sua perché nel periodico «c'eran idee, persone e più che altro maniere che lo turbavano». E ha aggiunto scherzosamente: «Inoltre non gli piaceva molto l'idea di lavorare e della apparente pigrizia (voleva che la letteratura fosse un ozio?) faceva alle volte una posa».

Che Serra - tutto assorbito dal ruolo di direttore della ricca Biblioteca Malatestiana di Cesena, ma pure impegnato dalle avventurette sentimentali e distratto dalle chiacchiere con gli amici nella calda atmosfera dei caffè cittadini - non fosse uno scrittore prolifico è un dato di fatto, tant'è che, di lui, ci sono rimaste poche, ma egregie cose. Tuttavia il motivo per il quale resistette alle sollecitazioni degli amici - da Prezzolini a Papini, da Soffici ad Ambrosini fino a De Robertis - a far parte organica del cenacolo intellettuale vociano è forse da ricercarsi nella sua personalità desiderosa di indipendenza: una personalità che, paradossalmente, lo spingeva a isolarsi e rinchiudersi a Cesena. Del resto, però, proprio il suo orizzonte «provinciale» - non a caso fu definito, per riprendere il titolo di un bel saggio dedicatogli da Ezio Raimondi, Il lettore di provincia - consentì a Serra di intraprendere una strada di studioso della letteratura nella quale il suo rigoroso classicismo, di derivazione carducciana, si confrontava con le effervescenti pulsioni della modernità, di casa, per così dire, nelle riviste fiorentine, a cominciare, appunto, da La Voce . Gli Scritti critici (1910), con i bellissimi saggi su Pascoli e D'Annunzio oltre che su Croce e Beltramelli, e il suggestivo ritratto dello stato della cultura italiana del tempo intitolato semplicemente Le lettere (1914) mostrano assai bene la singolarità di un approccio critico, fondato sul «dialogo» personale con i testi e diffidente nei confronti dell'estetica filosofica, che fa di Serra un precursore della «critica stilistica» del Novecento.

Se non fu, dunque, un «vociano» nel senso proprio del termine, Serra fu, tuttavia, un sacerdote della «religione delle lettere» incuriosito e interessato dai fermenti innovativi e dal clima della celebre rivista e dall'attenzione che questa riservata alle manifestazioni culturali e politiche del tempo. Al momento dello scoppio del primo conflitto mondiale egli, come tanti altri intellettuali, si schierò fra gli interventisti, ma cominciò presto a riflettere sul significato della guerra e sul suo rapporto con la letteratura. Nacquero, così, i suoi testi più belli e più intensi, quelli che hanno contribuito a costruirne il mito postumo, dall' Esame di coscienza di un letterato , apparso alla vigilia dell'ingresso dell'Italia in guerra, alle bellissime lettere ad amici e parenti. Tutti questi testi appaiono, in occasione del centenario della morte dell'autore, in due volumi complementari fra di loro: Lettere dal fronte (Elliot, pagg. 96, euro, 9,50) a cura di Massimo Onofri e Tra le nuvole e la luna fresca (Nino Aragno, pagg. 240, euro 18) a cura di Luigi Bonanate che comprende, fra l'altro, l' Esame di coscienza di un letterato e il Diario di trincea .

Dalla lettura congiunta dei due volumi emerge la figura di un giovane intellettuale interventista che riflette sui primi scrittori sacrificati dalla guerra (a cominciare da Charles Péguy morto al fronte nel settembre 1914) e che si rende conto che, pur nella sua insensatezza, la guerra è un dovere collettivo cui non ci si può sottrarre: «Il beneficio della guerra, come di tutte le cose, è in se stessa: un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie. Si impara a soffrire, a resistere, a contentarsi di poco, a vivere più degnamente, con più seria fraternità, con più religiosa semplicità, individui e nazioni: finché non disimparino... Ma del resto è una perdita cieca, un dolore, uno sperpero, una distruzione enorme e inutile». Per Serra la guerra era «un fatto, come tanti altri in questo mondo», un fatto che «non cambia i valori artistici e non li crea» e «non cambia nulla nell'universo morale». Eppure questa guerra che aveva «rivelato dei soldati, non degli scrittori» andava fatta. E lui si sentiva di farla. Il 29 maggio 1915, ancora convalescente, scriveva ad Alfredo Panzini: «Adesso mi manca solo d'esserci anch'io a far le fucilate: ma non tarderò un pezzo, e mi scorderò anche di questa tristezza di aver perduto le prime». E, più avanti, il 9 giugno, parlando della necessità di tracciare, al termine del conflitto, un bilancio di quel che era stata «l'Italia in questa prova» confessava che della guerra era, allora, «impossibile parlare, perché ci viviamo dentro», ma aggiungeva: «al più potremo dire di esser contenti di vivere questo momento». Un momento che durò lo spazio di un mattino.