Renzo De Felice, la voce fuori dal coro

Per tempra morale e coraggio intellettuale, rappresentò a lungo uno dei più acuti testimoni critici del nostro tempo. In lui impegno nella ricerca storiografica sul passato e serrata analisi del presente andavano sempre strettamente congiunte

Il 25 maggio 1996, moriva Renzo De Felice. Con la sua scomparsa veniva meno non soltanto il più grande storico italiano della seconda metà del Novecento, ma anche una personalità pubblica, che per tempra morale e coraggio intellettuale, rappresentò a lungo uno dei più acuti testimoni critici del nostro tempo. In lui impegno nella ricerca storiografica sul passato e serrata analisi del presente andavano sempre strettamente congiunte, come dimostravano molto bene le due interviste, su antifascismo e costituzione repubblicana, che, tra dicembre 1987 e gennaio 1988, De Felice rilasciava al Corriere della Sera, suscitando molto rumore e scandalo tra le vestali del mondo politico e intellettuale italiano, sdegnate dal fatto che lo storico avesse osato affermare, che con il passare dei decenni, il paradigma antifascista su cui si era fondata la Repubblica «nata dalla Resistenza» non avrebbe più avuto ragione di essere riconosciuto come valido.

In margine a quelle polemiche, il 22 febbraio 1988, il suo intervistatore, Giuliano Ferrara, scriveva allo storico, esprimemdogli «un sentimento di stima e di viva gratitudine». La lettera si concludeva con questa dichiarazione: «Lei è stato con me, da intervistato a intervistatore, di una correttezza assoluta ed esemplare. Ma molti, troppi, direi, l’avevano invitata, sin dal primo momento, a correggere il tiro, a prendere qualche distanza, a non offrire pretesti per una risibile campagna di insinuazioni, a proposito delle “indicazioni” politiche del redattore del Corriere al quale aveva concesso il discusso colloquio. La perfezione del suo comportamento e l’eleganza della sua scelta di replicare ai critici con una seconda intervista mi hanno sbalordito. È un caso di sicurezza di sé, di serenità d’animo e di fiducia delle idee, di cui ormai, purtroppo, è rarissimo trovare esempio nel mondo politico e in quello intellettuale».

Di quella «serenità d’animo», di quella fiducia nelle proprie idee, ben altre prove aveva fornito De Felice per superare gli ostacoli - di natura accademica, editoriale e istituzionale - che molti gli opposero anche solo per impedirgli di rendere di pubblico dominio la sua interpretazione della storia italiana. Noto è il linciaggio giornalistico che fece seguito all’apparire dell’Intervista sul fascismo del 1975, che provocò l’indignata reazione di Rosario Romeo sulle pagine del nostro Giornale, dove si ricordava che lo studioso era stato additato alla «pubblica esecrazione», quasi che la «sua opera spianasse la via a chissà quali restaurazioni del fascismo: e questo in un paese dove l’avvento al potere del Partito comunista è questione di viva attualità».
Nota è anche l’insofferenza degli azionisti della casa editrice Einaudi, di fronte alla pubblicazione del primo volume della biografia di Mussolini di De Felice, che pure aveva avuto l’autorevolissimo avallo di Delio Cantimori. Ormai divulgato è l’episodio del suo rifiuto di collaborare ulteriormente alla stesura delle voci del Dizionario Biografico degli Italiani, una volta accertato l’intervento di carattere censorio da parte del responsabile della sezione di storia contemporanea. Un atto che provocava la ferma reazione di De Felice, nella lettera indirizzata al direttore dell’opera Alberto Maria Ghisalberti, il 19 dicembre 1969, dove si motivava la decisione di non voler continuare i lavori in quella sede «a causa della impossibilità di conciliare le mie idee su come trattare i problemi di storia contemporanea con i criteri di giudizio che animano la redazione competente per questo genere di voci».

Oggi i tempi sembrano cambiati e anzi, da parte di quegli stessi esponenti della sinistra storiografica e politica che pronunciarono il Crucifige! contro De Felice, si odono segni di resipiscenza e di ravvedimento. Nicola Tranfaglia, che nel passato capeggiò la torma dei denigratori dello storico, con un articolo in cui lo si accusava di aver inferto una «pugnalata alle spalle» alla coscienza antifascista dell’Italia, pare aver mutato idea, tanto da considerarlo, ora, «un gran ricercatore di storia, che sul piano dell’interpretazione non ha però la stessa chiarezza impiegata nella metodologia e nella ricerca delle fonti». Pochi mesi prima, un altro storico embedded, come Salvatore Lupo, che nel passato cercò, con scarsissimo successo, di proporre un’interpretazione del fascismo radicalmente alternativa a quella del biografo di Mussolini, si era profuso in ben modulato elogio di De Felice, aggiungendo però che la sua maestria nella ricerca era in buona parte dovuta alla sua passata militanza giovanile nel Pci, dal quale, occorre ricordare, che lo storico uscì sdegnato, insieme a molti altri intellettuali, dopo la tragedia ungherese del 1956.

Ma di queste conversioni sulla via di Damasco, c’è poco da fidarsi. Esse non testimoniano infatti il riconoscimento sincero, seppur tardivo e ancora a mezza bocca, delle doti di un grande intellettuale che volle e seppe cantare, a suo rischio e pericolo, fuori dal coro, ma piuttosto sono sintomo di un’operazione gattopardesca, che tenta di puntellare il crollo della vecchia egemonia, con elementi di un’altra, opposta tradizione culturale e che in questo davvero si dimostra camaleontica e onnivora, pronta a tutto ingerire e a tutto digerire al solo fine di ribadire la verità dei testi sacri e dell’interpretazione del passato, di cui in genere essa è l’autrice in regime di monopolio. Di fronte a questa operazione mistificatrice vien fatto di preferire il tradizionale sentimento di livore di un giovane studioso, come Sergio Luzzatto, che nel libro La crisi dell’antifascismo, pubblicato da Einaudi nel 2004, rendeva De Felice responsabile del nefasto «assassinio» della memoria politica dell’antifascismo e di un’involuzione autoritaria del sistema Italia, poi consumatosi durante la recente esperienza governativa del centrodestra.

Eppure De Felice ebbe estimatori anche nella parte a lui avversa. Ma si trattava di personalità alte e nobili come Leo Valiani, che, in un carteggio della metà degli Sessanta, intrattenuto proprio con De Felice, riconosceva l’impossibilità di fare storia del recente passato, basandosi sulla memoria appassionata dei protagonisti. Il vecchio esponente azionista sosteneva, insomma, che come Salvemini, autore di una durissima requisitoria contro Giolitti, non poteva essere storico attendibile dell’età giolittiana, l’interpretazione del fascismo non poteva fondarsi sulla visione mitologica elaborata da antifascisti e da reduci del regime di Salò. Da questo punto di vista, né il repubblichino Carlo Silvestri, autore di una delle più famose storie fasciste della guerra civile, né i contributi di comunisti e azionisti militanti sul Ventennio potevano costituire analisi fededigne di quella stagione. Come dire, che il «reducismo» di una parte e dell’altra, se era tutt’al più in grado di alimentare i fuochi fatui di una memoria divisa, risultava invece estraneo alla possibilità di fare storia, che certo mai poteva essere attività bipartisan ma che deontologicamente si doveva sforzare di temperare l’ardore delle tendenze settarie, come appunto De Felice fece in tutte le sue opere, dimostrandosi così storico e maestro.
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