Restauri: miracolo a Piazza dei Miracoli

Dopo 46 anni ricompaiono i celebri affreschi del Camposanto di Pisa, danneggiati dalla guerra

Il grande malato esce dal coma. Esce pallido ma vivo e con il suo fascino evocativo. Il Camposanto Monumentale di Pisa sta riemergendo dal buio in cui era caduto da quel lontano 27 luglio 1944, quando una granata aveva scatenato un incendio: affreschi bruciati e crollati, i residui staccati e messi su supporti di eternit. Sculture annerite e allontanate in depositi, pavimenti e muri ricoperti di detriti.
Una rovina per una struttura unica al mondo, che si dipana nella Piazza dei Miracoli accanto a Battistero, Duomo e Torre. Fondato nel 1277 per raccogliere i sarcofagi di epoca romana, in cui giacevano i cittadini più illustri, aveva accolto sulle sue grandi pareti interne circa 2000 metri quadri di affreschi di artisti del Trecento e Quattrocento, da Buffalmacco a Francesco Traini, da Antonio Veneziano a Spinello Aretino, da Taddeo Gaddi a Benozzo Gozzoli. Capolavori che illustravano il significato della vita, della morte e il modo per raggiungere la salvezza eterna. Che avevano formato generazioni di artisti e appassionato visitatori e viaggiatori europei sino al Sette e Ottocento.
Ma accanto alla fortuna di sculture e dipinti, si fa strada la sfortuna. Sette secoli, in cui l’aria marina, i miasmi provenienti dalle tombe terragne, le polveri dei camminamenti, i numerosi interventi di restauro con materiali non idonei, sciuparono e impoverirono la grande struttura e i suoi arredi. Poi, il colpo di grazia del 1944, che mette a terra il Camposanto. Negli ultimi sessant’anni vari restauri, più o meno felici, hanno cercato di salvare ciò che rimaneva, recuperando le sinopie, cioè i disegni sotto gli affreschi, esposte nel vicino Museo delle Sinopie, creato a metà anni Settanta. Ma ancora una decina d’anni fa le pareti interne del Camposanto apparivano prive di affreschi e di molti sarcofagi, ricoverati in magazzini in attesa di cure.
Ora chi entra in Camposanto si trova di fronte a uno scenario ben diverso, nuovo e di notevole suggestione: le antiche tombe con i loro complessi bassorilievi, ricollocate al loro posto e ripulite, le pareti ricoperte per 500 metri quadri di pannelli con le «animule» degli affreschi recuperati. Sono tornate in loco la grande Crocifissione di Traini, la Resurrezione, l’Incredulità di San Tommaso, l’Ascensione di Buffalmacco, gran parte delle storie di Taddeo Gaddi e un paio di pannelli di Benozzo Gozzoli. Nel giro di cinque anni arriveranno tutte le altre, compreso il ciclo del Trionfo della Morte in attesa di restauro. Un lavoro enorme, in cui si intrecciano tecnica, scienza e storia dell’arte.
Se ne è parlato in un importante convegno a Pisa (6-8 marzo), che ha riunito tecnici, storici dell’arte, scienziati per discutere proprio sul «Camposanto di Pisa: un progetto di restauro integrato». Sono emerse le grandi problematiche del restauro, le incertezze sui metodi, i pareri spesso opposti sull’uso di materiali, sul modo di difendere gli oggetti restaurati. Ma tutti sono stati concordi sul fatto che il restauro debba riguardare sempre anche il contesto in cui sono nate le opere, e che quindi, nel caso del Camposanto di Pisa, gli affreschi debbano essere ricollocati nel luogo di origine, anche se «di antico splendore» non si può proprio parlare. Che debbano essere in qualche modo protetti, anche se ancora non è chiaro come. E forse un attento e continuo monitoraggio sembra ancora il metodo migliore, il meno invasivo.
Ma come si presentano gli affreschi, i grandi malati, sofferenti più ancora dei bellissimi sarcofagi, i quali, fatti di pietra e marmo, sono più resistenti al tempo e gli accidenti? Meglio di quanto si possa immaginare. Intanto esistono, mentre li si credeva ridotti in briciole. Sono sbiaditi, con qualche lacuna, ma leggibili. E, risistemati sulle pareti, insieme ai marmi, creano un ambiente diverso dall’originario (irripetibile), ma in grado di farcelo recepire in tutta la sua ricchezza e bellezza. Traini, Buffalmacco, Gaddi, Gozzoli, sono ancora lì.
Chi ha fatto il «miracolo»? Gran parte del merito va al restauratore Gianni Caponi (diretto dalla Soprintendenza di Pisa e da vari enti e istituti di ricerca), che da cinquant’anni opera nel Camposanto e che di miracolo non vuol sentire parlare, ma solo di «fatica, tanta fatica». Con quattordici giovani e bravi restauratori ha lavorato sui 2000 metri quadrati di superficie affrescata, di cui una parte è ancora ricoverata in due laboratori a Campaldo (sulla via Pietrasantina). Lì abbiamo visto le celebri pitture prima e dopo la cura: tristi lacerti trasformati in anime ancora parlanti.
In che modo? Attraverso lo stacco dei singoli riquadri dal vecchio supporto, la ricollocazione su una garza, una attenta pulitura, un minuzioso e delicato restauro pittorico, riconoscibile a occhi esperti, e poi una ricollocazione ciascuno su un grande pannello di pesante vetroresina. Sembra incredibile, ma dalle povere pellicole riemergono volti, navi, battaglie e santi. Antico splendore no, ma pazienza e bravura sì.
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