Il restauro, tra fascino e rischio

Tra le insidie, l’uso di materiali vari, la posizione scomoda, le sostanze chimiche e le possibili allergie

Occhi puntati sul restauro, un’attività molto importante in Italia e i rischi per i lavoratori, nella ricerca presentata nei giorni scorsi dal professor Gianfranco Tarsitani nel Museo d’arte classica de La Sapienza. Sono in maggioranza giovani, età media 33 anni, e donne (85 per cento) i restauratori italiani che hanno risposto al questionario, una categoria di professionisti di cultura elevata, chiamata a intervenire nello sterminato giacimento di beni culturali del nostro paese. Formati un tempo solo dal prestigioso Istituto centrale del restauro e della patologia del libro, oggi se ne occupano anche alcune accademie di belle arti e università e le regioni che organizzano corsi specifici.
Una professione in crescita, insomma, che affascina i giovani e che ha fatto scuola nel mondo se è vero che al restauro della Grande Muraglia e della Città Proibita ha contribuito anche l’Icr. Ma accanto ai restauratori dei capolavori ci sono gli altri meno famosi, che lavorano in camice bianco nelle botteghe, nei laboratori. E nei ponteggi dei cantieri edili a cui nessuno pensa. L’indagine traccia la figura complessa e sfaccettata del restauratore e il profilo di rischio connesso al fine di ridurlo al massimo. Una persona che può occuparsi di cose molte diverse, dal restauro dei mosaici a quello delle ossa come nel caso della Cripta dei Cappuccini di via Veneto.
Lavoratori molto speciali, dipendenti e autonomi, che operano all’aperto, in laboratorio, in aree archeologiche, nei cantieri (per brevi periodi), coscienti dei pericoli che corrono. Che sono di diversa natura. Il più avvertito è il rischio fisico dovuto al lavoro in posizione scomoda e quello chimico (il naso è il più fine e sensibile rilevatore di sostanze sospese), per le sostanze usate nel trattare i materiali, molto minore è la percezione del rischio microbiologico, rilevante nel caso di oggetti antichi degradati, allergenico e biologico.
Un’oggettiva ulteriore difficoltà nell’individuare i fattori di pericolo è data dal fatto che lo stesso restauratore interviene su vari materiali usando sostanze e strumenti differenti per i quali dovrebbe adottare forme di protezione specifiche. Oltre alla varietà delle mansioni c’è poi la priorità del bene da salvare e l’interesse del pubblico, per cui l'oggetto viene restaurato nella stessa sala in cui si trova. «Fotografare quello che succede nel lavoro di restauro, dove si annidano i maggiori rischi e cosa si può fare per eliminarli è un passo avanti», dice Giancarlo Cremonesi presidente dell’Acer, che propone di testare i materiali e le tecniche in continua evoluzione del settore. La ricerca è stata finanziata dall’Ispesl (istituto prevenzione sicurezza del lavoro), partner il Cefme (centro per la formazione delle maestranze edili costituito da costruttori e sindacati), il Ctp (comitato paritetico territoriale), La Sapienza e la Fillea Cgil.