La rete del monopolio tessuta dai falsi liberali

Un provocatorio saggio racconta, facendo nomi e cognomi, le trame di chi, pur inneggiando al mercato, campa di finte privatizzazioni<br />

Ci sono libri che fanno male. O forse fanno bene. Dipende da come ci si pone di fronte alla vita e alle proprie convinzioni. Il vero liberale è colui che, pur avendo una forte identità ideologica e radicate convinzioni, si sforza di verificarle nella realtà, anche a costo di dover ammettere verità scomode. Pochi ci riescono. La maggior parte dei giornalisti e degli intellettuali è mainstream e gregaria, ovvero preferisce leggere il mondo applicando parametri e dogmi consolidati, dunque rafforzando visioni già acquisite.
Janine R. Wedel, docente della George Mason University, appartiene senza dubbio al club, ristrettissimo, dei veri liberali. Ha scritto un libro che dovrebbe essere al centro della riflessione pubblica, ma che, al contrario, è schivato sia dalla destra conservatrice e liberista, sia dalla sinistra liberal in quanto scalfisce la visione sia dell’una sia dell’altra. S’intitola Shadow Elite, ovvero L’élite nell’ombra ed è pubblicato in lingua inglese da Basic Group, ma non è un pamphlet cospirazionista, né scandalistico. È un saggio. Autentico, preciso, documentatissimo. Frutto delle intuizioni di una politologa che però di formazione è antropologa e che in quanto tale, come scrive nella prefazione, è abituata ad «andare dietro le quinte e oltre quel che la gente o i governi o le organizzazioni internazionali dicono di fare». Una studiosa che scava e verifica, senza pregiudizi.
Il risultato è eccellente, benché molto amaro. L’élite nell’ombra è composta da gruppi di potere che la Wedel definisce i flexians, i flessibili, e che operano attraverso le flex net, ovvero le reti elastiche. Perché i loro membri assumono simultaneamente più identità, ricoprono più ruoli, operano a più livelli. Esistono ma non si vedono, occupano la scena pubblica ma non si dichiarano, essendo per loro natura ambigui e sfuggenti. Sono di destra o di sinistra a seconda delle convenienze. Esaltano il capitalismo e la libera concorrenza, ma tendono a essere monopolisti e ad arricchirsi a spese dello Stato. Sono imprenditori e al contempo politici o alti funzionari o studiosi. Si dicono patriottici, ma favoriscono la globalizzazione e i poteri transnazionali poiché indeboliscono regole, controlli o semplicemente la verifica delle responsabilità. Sono fedeli esclusivamente al proprio gruppo di riferimento e perseguono un solo obiettivo: l’accumulazione di potere e l’arricchimento personale.
Shadow Elite non è un saggio astratto e teorico. La Wedel esemplifica con tanto di nomi e cognomi. La sua tesi, ampiamente comprovata, è che la fine della Guerra fredda, l’avvento di nuove tecnologie soprattutto nel campo dell’informazione e della comunicazione, la diffusione della retorica di un finto neo liberismo, che solo in apparenza porta alla deregolamentazione e alla riduzione del ruolo dello Stato, abbiano permesso l’affermazione di queste nuove reti di potere. Le quali si distinguono dalle vecchie proprio per la loro flessibilità, non essendo partitiche né meramente lobbistiche, né nazionalistiche. Il nuovo potere è transnazionale, non ideologico e svincolato dal territorio.
Perché apparente liberismo? Perché buona parte delle privatizzazioni sono finte. Non portano a una vera concorrenza per abbattere i costi e migliorare i servizi, ma a incredibili regalìe monopolistiche. Oggi, a esempio, negli Stati Uniti grazie a una legge approvata non da Bush, ma da Clinton a metà degli anni Novanta, un ente statale può dare in appalto a società esterne servizi di propria competenza, senza pubblico concorso. Sono mandati discrezionali, spesso di lungo periodo, monopolistici, di cui il pubblico non è consapevole e che si risolvono in colossali sprechi con un’esplosione di costi. A carico del contribuente. Perché alla fine paga sempre lui, come dimostra l’esplosione del deficit Usa.
Il fenomeno è così diffuso che oggi addirittura alcune funzioni vitali delle istituzioni statunitensi sono affidate a privati. A esempio, il 50 per cento dei servizi di intelligence Cia e addirittura il 90 per cento del segretissimo National Reconnaissance Office, la gestione del Database per la Sicurezza nazionale. Tutto questo mentre i controlli sono di fatto inesistenti. Aumentano le privatizzazioni, diminuiscono i funzionari pubblici, a fronte di leggi obsolete e della cecità dei media, che di questi temi non parlano mai.
Le flex net approfittano delle zone grigie. I loro membri sono dentro e fuori le istituzioni. I primi operano sul versante legislativo e decisionale, i secondi beneficiano delle loro decisioni, mentre altri creano gli adeguati supporti nei think tank, nelle fondazioni, nei giornali, nelle istituzioni internazionali, negli altri governi. Così il problema non è più il conflitto di interessi, ma, paradossalmente, la coincidenza di interessi, che non essendo dichiarata sfugge al radar dell’opinione pubblica.
Nomi e cognomi, dicevamo. Quelli di Bill Clinton, finto eroe della sinistra, quello della rete Neocon che ruota attorno a Richard Perle, quella di personaggi sconosciuti come Bruce P. Jackson, fra gli artefici dell’allargamento a est della Nato, pur essendo stato un semplice consulente informale del governo, fondatore di una Ong, uomo d’affari, lobbista.
Leggendo Shadow Elite si apprende con sconcerto del ruolo giocato dalla Harvard University nella più grande truffa degli ultimi vent’anni, la finta liberalizzazione della Russia che, come sappiamo, anziché introdurre una vera economia di mercato si è risolta in un gigantesco trasferimento di ricchezze nelle mani di pochi oligarchi. Una flex net russo-americana che ruotava attorno ad Anatoly Chiubais, ma anche a Larry Summers, all’epoca numero due del Tesoro Usa, ma anche docente ad Harvard, di cui poi è diventato rettore. Tra l’altro: il governo Usa, dopo anni, ha comminato a Harvard una megamulta da 26 milioni di dollari. Di cui nessuno, naturalmente, ha parlato. Trattasi dello stesso Summers che poi è stato nominato da Obama superconsigliere economico.
Il suo è un tipico esempio di flexian: traffica, si arricchisce, entra ed esce dalle istituzioni, premia i sodali, riuscendo sempre a non assumersi responsabilità. A pagare è stata Harvard, non Summers. Le flex net, secondo Janine Wedel, sono molto più diffuse di quanto immaginiamo. Così radicate e influenti da minare la democrazia, i governi e persino, paradossalmente, il libero mercato.