Il revival del Barocco e l'arte (molto pop) di esorcizzare la morte

Ciclicamente torna di moda un'idea del bello che rifiuta il realismo per la deformazione, il grottesco e il macabro. Architettura, scultura e video-installazioni vanno in questa direzione

Un vortice di acqua nera dentro a una gabbia circolare. È Descension , la nuova opera di Anish Kapoor, presentata in questi giorni alla Biennale di Kochi-Muziris, in India. L'installazione ricorda il Maelström di Edgar Allan Poe, riecheggiato anche da Verne e Salgari e, nella letteratura «alta» da Edith Wharton e Pessoa. Non sappiamo se Kapoor abbia letto L'età dell'innocenza o studiato la cupola di Sant'Ivo alla Sapienza del Borromini, ma certo quel gorgo nero che sprofonda in un buco apparentemente senza fondo è una metafora estremamente efficace dell'inquietudine, anche perché il pavimento della sale è scosso violentemente dalle vibrazioni, e grazie a quest'immaginifica vasca idromassaggio al visitatore sembra quasi di sprofondare negli inferi. L'opera di Kapoor è uno degli esempi più efficaci di quella riemersione prepotente del barocco che oggi si avverte in tutte le arti figurative e visive, dalla scultura alla pittura, dalla videoarte ai clip musicali, sino al cinema.

«Barocco», aggettivo derivato dal portoghese barroco , con cui si definiva una perla di forma irregolare, indica il linguaggio artistico e architettonico (e per traslazione anche quello letterario e musicale) applicato in Europa nel Seicento. Caricato originariamente di un senso spregiativo - allorché nel Settecento si volle mettere alla berlina il ricorso ostentato alla bizzarria del secolo precedente - il termine anche oggi viene spesso confuso con il concetto di kitsch . Barocco è sì sinonimo di artificioso, stravagante e ornamentale, ma se si guarda all'estetica è possibile cavare dei principî che vanno al di là del pregiudizio di eccesso e di cattivo gusto. Barocco è allora la prevalenza della linea curva e dell'asimmetria, la ricerca dell'instabilità e della mutevolezza delle forme, la rinuncia alla sistematicità e alla globalità, in favore della disarmonia, dell'innamoramento per il dettaglio o il frammento; è la consapevolezza del carattere illusionistico delle arti, che sono sì imitazione della natura, ma più inganno e simulazione che calco e copia. E ancora, il rifiuto di ogni possibilità di realismo o verismo, in favore della deformazione, del grottesco e del macabro.

Un'idea del bello che dunque somiglia pericolosamente al brutto. È un linguaggio ritornante che, simile a una marea - immagine anch'essa barocca - torna a investire a intervalli regolari il sistema delle arti. L'ultima volta - se n'erano accorti Gillo Dorfles e Omar Calabrese - era stato negli anni Ottanta, quelli di Madonna e Gilbert&George. Ora ci siamo di nuovo. Segni e sintomi sono ovunque, dall'avanguardia al pop, dai teschietti di Damien Hirst ai video funerei dei Masbedo, dai progetti più recenti di Zaha Hadid in cui le linee rette sono ormai scomparse agli abiti di scena di Lady Gaga.

E se Bernini intrecciava nell' Estasi di Santa Teresa (nella chiesa romana di Santa Maria della Vittoria) scultura, oreficeria e architettura, creando un'opera totale che non sai più se considerare arte figurativa o visiva, statua o teatro, oggi Matthew Barney in River of Fundament , ispirato a Ancient Evenings , il romanzo di Norman Mailer dedicato all'antico Egitto, mette assieme cinema di narrazione, performance e scultura per proiettare la vicenda del libro tra Los Angeles, New York e Detroit, dentro la civiltà che ha visto ascesa e decadenza dell'industria dell'automobile. Chi ricorda la saga di Cremaster , che ha portato Barney a essere con Bill Viola il più apprezzato esponente della videoarte, forse giudicherà tronfio e ingombrante questo pastiche tra cinema kolossal e opera lirica. Attenzione però perché a osservare i clip compassati e rococò di nuove popstar alternative come gli Alt J o Fka Twigs, sospese in un'atmosfera tra Ben Hur e Ultima fermata Brooklyn , è facile riconoscere l'immaginario ispirato dalle opere di Barney.

Certo, è barocco anche il «dito» di Cattelan, studiato scenograficamente in relazione al palazzo della Borsa milanese come se si trattasse della fontana di Piazza Navona di fronte alla chiesa di Sant'Agnese. Altra cosa è il mix tra minimalismo, surrealismo e Hollywood del bresciano Francesco Vezzoli, forse oggi l'artista italiano più amato e coccolato dal mondo della moda. Ma con Vezzoli, che ama citare Gore Vidal e Dalí, Cocteau e Tinto Brass, ricadiamo nel terreno del kitsch . Mentre autenticamente barocco è lo scultore messicano Javier Marín, il quale assembla in grandi ruote in resina colorata mani, teste, arti, legati insieme con il fil di ferro, utilizzando ogni materiale possibile, dai fiori alla carne secca. Il risultato somiglia agli ossari dei Cappuccini, le vanitas che si osservano nella cripta della chiesa di Via Veneto a Roma e che fecero indignare Sartre. Perché il barocco è soprattutto sentimento della morte e tentativo di esorcizzarla. Forse è per questo che non passa mai di moda.