Riarmo nucleare: la tattica iraniana passa da Mosca

Alberto Indelicato

Mancano pochi giorni, per non dire poche ore, alla riunione a Vienna del Consiglio dei Governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che ascolterà l’ultimo rapporto del direttore generale e prenderà forse una decisione sul caso dell’arricchimento dell’uranio iraniano. Teheran si è già preparata ad affrontare questo momento delicato, senza rinunziare affatto ai suoi progetti, che ha anzi continuato a realizzare. È improbabile che nelle scuole iraniane lo studio della storia dell’antica Roma ricopra un posto centrale, per cui è da escludere che i membri del governo di Teheran si siano ispirati nella loro tattica all’episodio degli Orazi e dei Curiazi, ma è esattamente questa che essi hanno messo in opera: dividere gli avversari per affrontarli individualmente.
Il governo iraniano, infatti, ha anzitutto fatto sapere di non voler più negoziare con la cosiddetta troika europea, costituita da Gran Bretagna, Francia e Germania. Il ministro degli Esteri iraniano si è affrettato però a far sapere che è sempre pronto a riprendere il dialogo con i tre europei, a condizione che essi si presentino separatamente. Poiché la troika per quasi tre anni è stata la portavoce dell’Unione europea, con la sua proposta l’Iran ha voluto ritirare il suo riconoscimento all’Europa in quanto soggetto di diritto internazionale. È già questo uno schiaffo all’Unione ed ai singoli suoi membri, ma l’aspetto più importante è quello politico.
Il calcolo di Teheran è infatti il seguente: se i tre non accettano è su di loro che ricadrà la responsabilità del fallimento definitivo delle discussioni, ed in caso di denunzia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Francia e la Gran Bretagna, che vantaggi economici, in termini di forniture e di commesse, offerti o fatti balenare. Ma la tattica divisoria, detta «del salame», riguarda anche la Russia, con la quale l’Iran continua a discutere, facendo capire a giorni alterni di essere disposta ad acconsentire a che l’arricchimento dell’uranio avvenga nel territorio russo, naturalmente alla presenza di suoi tecnici (è proprio ciò che si vorrebbe evitare).
Il primo passo per Teheran è dunque evitare che il consiglio dell’Aiea inoltri la denunzia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, già minacciata nella riunione precedente. Tuttavia l’eventuale rinvio a New York lascerebbe ancora qualche possibilità di manovra, perché metterebbe il Consiglio di sicurezza in una situazione difficile: esso a rigore potrebbe decretare sanzioni economiche con il voto favorevole o almeno l’astensione dei cinque membri permanenti; ma non è certo che almeno uno se non due di loro - Russia e Cina - chiederebbero che si procedesse ad effettuare ulteriori trattative, sostenendo che le prove presentate dall’Aiea non sono schiaccianti. In ogni caso l’Onu rischierebbe un’ulteriore cattiva figura, come quella che l’Europa ha già fatta, adottando per più di due anni e mezzo una diplomazia «molle» e dando l’impressione di agire più per debito d’ufficio che per convinzione. Se invece il Consiglio di sicurezza decidesse veramente di imporre delle sanzioni all’Iran, esse non potrebbero non riguardare anche le esportazioni di petrolio, con conseguente impennata del suo prezzo sui mercati internazionali.
Tutto ciò è ben noto al governo iraniano e non è questa la ragione meno importante del suo comportamento di sfida alla comunità internazionale. Altrettanto importante è, però, un calcolo più politico: le sanzioni sarebbero presentate come un atteggiamento di ostilità di tutto l’Occidente non soltanto nei confronti di Teheran, e questa sarebbe un’ottima carta da giocare perché l’Iran possa affermare quella rappresentanza o quella egemonia che esso vorrebbe instaurare su tutto il mondo islamico e di cui i proclami antisraeliani ed antiamericani sono la manifestazione più esaltante per esso e più preoccupante per la comunità internazionale.