Il ribelle mazziniano che si ribellò a Mazzini

Imprigionato dagli austraci nella fortezza di Mantova riuscì a evadere e scappò in Inghilterra. Da lì attacco gli ex amici patrioti: «Codardi, calunniatori, livorosi»

Sebbene avesse con sé la stricnina, non la usò e si fece arrestare. Prese atto con filosofia che il suo piano era fallito. Cercare di arruolarsi nell'esercito austriaco per subornare i soldati di lingua italiana, era stata pura follia. Un delatore lo aveva denunciato e le guardie imperiali gli erano piombate addosso. Fu spedito nella famigerata fortezza di Mantova, 60 ore di viaggio da Vienna, tra cavallo e treno.
Giunto appena, il Nostro cominciò a pianificare l'evasione. Vide che i secondini boemi alzavano volentieri il gomito. Pensò di addormentarli con vino e oppio. Usando inchiostro simpatico ottenuto con succo di limone, scrisse a Zurigo all'amica Emma Herwegh di comprimere dell'oppio nei bottoni di un paletot, di occultarvi dei seghetti e spedirglielo. Giunse il cappotto con l'oppio. Il vino drogato stordì le guardie, ma non tanto da azzardare la fuga. Fallito quel primo tentativo, il nostro ripiegò sul classico. Segò le sbarre e in una notte illune si calò con le lenzuola. Cadde malamente, si slogò un piede e raggiunta la strada chiese aiuto a un pescatore. Costui, dopo averlo accompagnato un tratto, lo affidò a un cacciatore di poiane, che lo passò a un uccellatore, che gli trovò un carrettiere e così via fino a Genova da dove si imbarcò per l'Inghilterra. Sull'isola lo precedeva l'eco enorme della sua fuga da una catorbia considerata una tomba dei viventi.
Qui lo aspettava Mazzini. L'amicizia col barbuto genovese datava da tempo, ma era ormai in declino. Il Nostro cominciava a non poterne più del «Profeta» che lo aveva mandato allo sbaraglio in molteplici scorribande studiate a tavolino e puntualmente fallite sul campo. Per dargli retta era diventato un noto sovversivo, forse al di là dell'inclinazione naturale.
Durante la Repubblica romana ebbe l'incarico di recarsi a Ascoli per domare i papalini. Per poco non lo fucilavano. Preparò a Milano una rivolta, che per Mazzini era matura, e non lo seguì nessuno. Idem in Valtellina e in Toscana. Finito in galera a Sarzana, la moglie Assunta, stanca di quella serqua di disgrazie, lo aveva lasciato tenendosi le due figliolette. Il suo tutore, lo zio Orso, fino allora un Giobbe, perduta anche lui la pazienza gli aveva tagliato i viveri. Era così passato da un pasticcio all'altro, fino all'intermezzo mantovano e al nuovo incontro a Londra col «Mosè dell'Unità».
Ma il redde rationem era alle porte. A dare fuoco alle polveri fu il Nostro che rinfacciò al «Profeta» la sua corte londinese di ammiratrici «vane e pettegole»: Emilie Hawks, Matilda Biggs, ecc. Mazzini gli mise il broncio e gli aizzò addosso i mazziniani inglesi che lo sommersero di insulti. La reazione del seguace pentito fu un libro irridente, Memories and Adventures, in cui sciorinò il disprezzo che aveva accumulato. «I mazziniani - scrive - sono codardi, calunniatori, portatori di livore», capaci solo di «mandare annualmente al patibolo alcuni dei migliori patrioti». Tutto ciò mentre «il Profeta Mazzini è sempre salvo per la semplice ragione che non si espone mai». Un giudizio al veleno che svelava la faccia fatua del mazzinianesimo e del suo fondatore.
Il Nostro volle quindi dimostrare di essere di altra pasta e si imbarcò nell'ultima avventura. Partì per Parigi e preparò l'attentato. Si procurò le bombe a mano al fulminato di mercurio (esplodendo irraggiavano schegge micidiali) e tre complici italiani. Due ex della Legione straniera e un venticinquenne di nobile famiglia bellunese. Pur mancando il bersaglio, fu strage: 12 morti e 156 feriti. La polizia giunse quasi subito nella stanza d'albergo dove il Nostro alloggiava. «Chi siete?», gli chiese il commissario. «Thomas Allsop, commerciante di birra del Kent», rispose lui. «Quanto dista il Kent da Londra?». «Diciotto leghe», disse l'altro, dimenticando che gli inglesi misurano in miglia. «Voi siete inglese come io sono turco», replicò il commissario, ammanettandolo.
Fu condannato alla ghigliottina. Dal carcere scrisse una nobile lettera a Napoleone III in cui gli raccomandava l'Italia, chiedendogli di favorirne l'unità. L'imperatore, lusingato, accarezzò l'idea di graziarlo. L'imperatrice Eugenia fece venire a Parigi la moglie Assunta con le due figliolette suggerendole, alla prima cerimonia pubblica, di gettarsi ai suoi piedi e implorare la grazia del condannato per commuovere i parigini. Assunta rifiutò, ritenendo inutile un gesto così teatrale. Chiese invece il favore di ricevere dalla testa del marito, una volta tagliata, una ciocca di capelli.
La lama cadde inesorabilmente e il trentottenne finì in una fossa comune nel cimitero di Montparnasse e non, come aveva chiesto, in quello londinese di Chiswick accanto a Ugo Foscolo. L'anno dopo Napoleone III, che aveva capito attraverso il Nostro quanto alta fosse la febbre italiana, decise l'intervento francese accanto al Piemonte nella Seconda guerra d'Indipendenza. Terminò così con una buona azione postuma una vita di eccessi cominciata a 17 anni con un omicidio. Quello del cuoco di casa, colpevole di avere riferito allo zio-tutore una marachella del fatale giovinetto.
Chi era?