La ricca industria del «global warming»

Caro Granzotto, anche se il dubbio comincia a serpeggiare nell’opinione pubblica circa l’origine umana del riscaldamento globale, le grandi centrali ambientaliste non mollano la presa e seguitano a raffigurare scenari apocalittici per i prossimi anni. A sentirli non restano all’umanità che dieci o al massimo vent’anni per porre riparo ai danni da noi provocati dopo di che sarà la catastrofe con il livello dei mari che si alza (di colpo?) di sette metri, come ha detto il ministro per l’Ambiente Pecoraro Scanio, e mezzo pianeta ridotto a deserto di sabbia. Non le chiedo la sua opinione sul «global warming» che d’altronde lei ha espresso più volte, ma cosa secondo lei spinge al catastrofismo più isterico i grandi gruppi ambientalisti e i loro guru riconosciuti. La malafede ha un utile?


Orpo. Il catastrofismo è un affare, caro Biraghi; di quelli coi fiocchi. Prenda Al Gore: nei panni del Savonarola ambientalista in poco più di sei anni ha già incassato (fra conferenze, che concede a botte di 100mila dollari, libri, scritti vari e comparsate tivvù) la bellezza di 80 milioni di euro. Mica male, eh? Siccome l’ex vicepresidente degli Stati Uniti fesso non è, sa che per continuar a far cassa deve non solo cavalcare la tigre del global warming, ma anche darle di sperone. Cosa che d’altronde fa, e alla grande. Lo stesso vale per i grandi (e piccoli e piccolissimi) gruppi ambientalisti i quali campano o per meglio dire nuotano nell’oro grazie alle sovvenzioni pubbliche e private. Se mettendosi una mano sulla coscienza dovessero annunciare non dico che il riscaldamento globale è tutto da dimostrare, ma che comunque è follia pensare che possa essere di origine antropica, determinato cioè dalle attività umane, nessuno di loro vedrebbe più il becco di un quattrino. Quattrino che non va a finire esclusivamente in materiale divulgativo, ma distribuito a piene mani per mantenere e non certo monacalmente i gruppi dirigenti, i poderosi staff e schiere di «consulenti». Tutto ciò senza contare il «ritorno» politico del catastrofismo ambientalista, facilmente valutabile in termini di potere e di, diciamo così, benessere personale.
Insomma, per continuare con le vacche grasse non c’è altra via che il tenere l’opinione pubblica sulla corda facendole venire poderosi sensi di colpa (sei tu, uomo, che avveleni il pianeta: tu con i tuoi agi, la tua vita dissennata, i tuoi sprechi) da espiare vuoi abbracciando la causa vuoi mettendo mano al portafogli. Di questa subdola predicazione il risultato più clamoroso è il Protocollo di Kyoto in base al quale tutti i governi sarebbero tenuti a diminuire del 5 per cento - con costi giganteschi che ricadrebbero, impoverendolo, sul contribuente, sul cittadino - l’emissione di gas serra. Non bisogna essere particolarmente lucidi per capire che o il global warming è una realtà e allora investire miliardi e miliardi di dollari per mitigarne la portata di un insignificante 5 per cento è da fessi senz’altra aggiunta. O il global warming è una bufala e allora spendervi dei soldi è da fessi col botto. Fatto sta che indecisi se appartenere all’una o all’altra categoria, i firmatari del Protocollo - Italia in testa, va da sé - non ne rispettano una clausola che sia una. Oltre tutto al momento fa un freddo cane e con la neve che vien giù parlare di clima torrido, di desertificazione, farebbe ridere i polli.
Polo Granzotto