La Rice vola a Istanbul per frenare i turchi: no a raid nel Nord Irak

Le truppe di Ankara pronte a sconfinare per attaccare i curdi Voci di chiusura dello spazio aereo Bush ordina l’invio degli U-2

da Istanbul

Per la Turchia iniziano i due giorni più difficili. Oggi il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice arriverà ad Ankara e domani sarà a Istanbul per partecipare alla seconda Conferenza dei ministri degli Esteri degli Stati che confinano con l’Irak. L’obiettivo è dissuadere Ankara a compiere un intervento armato oltre il confine contro i guerriglieri curdi, che sembra sempre più vicino, e a trovare con Bagdad una soluzione diplomatica e condivisa. La Rice ha fatto appello ancora ieri al governo di Ankara trovi una soluzione diplomatica e non scelga la via armata.
La situazione alla frontiera è incandenscente e molti temono che possa succedere il peggio. Da giorni gli F-16 turchi partono dalla base di Diyarbakir e sorvolano il territorio della Regione autonoma curda del Nord Irak, guidata da Massoud Barzani, compiendo bombardamenti “chirurgici” e cercando di rendere inoffensive del basi del Pkk in territorio irancheno.
Fonti di stampa turca nei giorni scorsi hanno rivelato che sul confine ci sono anche alcuni ufficiali americani. Questa indiscrezione sarebbe confermata dal fatto che il presidente statunitense George W. Bush ha ordinato l’invio nella regione di aerei spia U-2, che ieri hanno supportato i voli dei cacciabombardieri della Mezzaluna.
I lavori della Conferenza quindi si aprono in un clima di grande tensione. Ad aumentarla, ieri, è arrivata la notizia, poi smentita, che lo spazio aereo turco fosse stato chiuso agli aerei da e per il Nord Irak. Quello che doveva essere un incontro per discutere i problemi attinenti lo sviluppo del Paese, si è trasformato in una riunione d’urgenza per cercare di risolvere la situazione fra Ankara e Bagdad a causa della guerriglia del Pkk. Il clima ormai è molto teso e sono in tanti a temere che presto la situazione possa precipitare.
Dopo gli oltre 50 morti fra i soldati turchi nelle ultime tre settimane, uccisi dai terroristi del partito dei lavoratori del Kurdistan, che trovano rifugio e protezione in Nord Irak, il governo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan fatica a tenere a bada popolo e militari e a non intervenire oltre confine. A frenare il primo ministro c’è ancora la fedeltà ai patti Nato, che l’esecutivo per primo sa di non poter tradire, e le conseguenze sul piano economico e della politica interna che un simile gesto potrebbe implicare.
Domani, subito dopo la Conferenza, Erdogan volerà a Washington per due giorni e molti analisti credono che, fino alla fine dei colloqui con Bush, difficilmente la Turchia invaderà la Regione autonoma curda del Nord Irak.
Il Pkk ha chiesto il cessate il fuoco dieci giorni fa, ma si è sentito rispondere picche, come era prevedibile, per il semplice motivo che la Turchia si rifiuta di trattare con un’organizzazione terroristica che in trent’anni di guerriglia ha fatto quasi 40mila morti.
Ieri Abdel Rahman Chasderchi, uno dei ribelli curdi che trovano rifugio oltre confine, ha detto: «Chiedo alla Turchia di avere coraggio e di presentare un piano di pace per risolvere il problema». Al momento, in verità, il Paese della Mezzaluna sembra sempre più sul piede di guerra che su quello di pace. Ieri Erdogan ha fatto chiaramente capire che la Turchia sta pensando di rivalersi sul territorio governato da Massoud Barzani con ritorsioni economiche. La parola “sanzioni” non l’ha utilizzata, ma il concetto cambia di poco.
«La forte posizione economica che possiamo vantare oggi - ha detto il premier ai giornalisti - è anche merito della sicurezza interna e per preservarla siamo pronti a usare ogni mezzo necessario». Erdogan si è poi rivolto indirettamente a Barzani dicendo: «Dovrebbe chiarire la sua posizione. Lui in questo momento sta nascondendo terroristi. Che cosa questo implichi per le leggi internazionali è chiaro».