Alla ricerca del Giappone perduto

Luoghi, vedute, costumi, abitanti: gli scatti evocano una realtà ancora incontaminata dal «progresso»

Marta Bravi

Si prova un senso di vertigine varcando la soglia della galleria Nepente, dove immagini fisse e immobili, proveniente dal lontano Giappone rurale di metà ’800 accolgono il visitatore. Lo spazio di via Volta 15 ha inaugurato ieri la mostra fotografica «In Giappone 1860/ 1885»: 27 scatti congelati nello spazio e nel tempo, grazie al doppio effetto dalle posture dei soggetti e dall’atmosfera che si respira nei paesaggi. Un taglio grafico caratterizza queste foto: figure quasi scontornate, che si stagliano su uno sfondo monocromatico che ne sottolinea i contorni ben definiti, così come avviene per i rami finemente contorti dei ciliegi, esaltati dall’effetto argentato degli scatti. Immediato è il richiamo alle raffinate chine di Hokusai. Ibconfondibile il taglio della foto «Toilette femminile» di von Stillfried che richiama quel disegno dell’artista giapponese dove il viso della donna ritratta di spalle si svela soltanto nello specchio che tiene tra le mani.
Certo non è casuale l’effetto di «sospensione temporale» che gli scatti ricreano. In Europa, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, si parla di Giapponismo per definire questo periodo della storia dell’arte, durata circa cinquantanni. Nello stesso clima in cui si svilupparono il movimento artistico del Primitivismo e dell’Esotismo i motivi figurativi nipponici iniziano a farsi largo e a venire accettati in Europa. La ricerca di una naturalità perduta e di luoghi incontaminati e il desiderio di fuggire dal «progresso» della rivoluzione industriale che stava avanzando, attirano fotografi, artisti, viaggiatori verso il Sol Levante. Là dove i ritmi e gli stili di vita non erano ancora stati contaminati, forti del peso di una cultura millenaria che si faceva ancora sentire. Felice Beato fu uno di quelli: si trasferì in Giappone intorno al 1860 e fu uno dei primi insieme a Charles Wingman ad aprire uno studio nel 1863, dedicandosi alla costruzione di un ampio archivio fotografico, nel tipico spirito dei «Grand Tour» che portava all’eccesso il collezionismo da viaggio. Il barone Raimund von Stillfried si concentrava invece sui ritratti, eseguiti in studio con sfondi neutri per mettere in risalto la personalità e l’interiorità dei suoi soggetti, mentre il suo assitente Kusakabe Kimbei, una volta imparato il mestiere, aprì un proprio studio a Yokohama dove amava ritrarre i costumi tipici del Giappone. Ogni fotografia veniva poi ritoccata con acquarelli, come era usanza all’epoca, che i colori dalle tonalità pastello rendevano ancora più delicate e irreali. Dal martedì al sabato (h 15 -19.30) fino al 18 febbraio.