Alla ricerca della rima perduta Ecco i nuovi maestri «classici»

Dubito che potremmo ritrovarci in quel che scriveva T. S. Eliot oltre sessant’anni or sono, definendo «classico» il poeta di una «età matura», che risolve e interpreta «lo spirito dei suoi tempi» con la semplicità di un «fenomeno naturale»; il poeta che parla per tutti. Nascerebbe classico, insomma, «chi, dotato del genio necessario, nasce a tempo». Ma: che cos’è lo spirito di un’epoca? E il nascere a tempo? E il genio necessario? Una bella frase, quella di Eliot: che non precisa niente. E poi, abbiamo appreso (da Nietzsche e da altri) che il poeta è un faber «intempestivo»: non «rispecchia» l’epoca nella quale vive; rispetto alla propria età, egli parla in anticipo o in ritardo. Poesia come profezia? Poesia come memoria? O l’una e l’altra insieme?
Festeggiando lo scorso 10 ottobre i 90 anni di Andrea Zanzotto - e di lì a pochi giorni in occasione della sua scomparsa - qualcuno ha accennato alla classicità del rapporto che la sua poesia stabilisce col proprio tempo. Certo, in Zanzotto è continuo il prelievo degli argomenti offertigli dal «qui e ora», sia nelle espressioni più brutali e banali sia in quel tanto di sublime non inghiottito dal «qui e ora». Zanzotto dà l’impressione di inventariarla segno per segno, l’«epoca»; e l’abbondanza, la molteplicità dei materiali suggerisce l’eventualità di un Poema che infine li organizzi.
Ci sono vari modi, oggi, di inspirare/espirare classicità. Alle nostre spalle resistono i modelli alti e felici, Montale e Saba; ma già Saba introduceva una maniera tutta sua di «far classico»: la parodia. Il suo cosiddetto «antinovecentismo», il cocciuto ossequio a un’armonia formale ch’egli ravvisava stabilita, inderogabilmente, nel «filo d’oro» della tradizione italiana (Dante, Petrarca, Leopardi) lo spingeva a produrre canzoni e sonetti infarciti di arcaismi, se il vocabolo arcaico gli permetteva di sentirsi ligio allo schema, all’obbligo della rima esatta. E quanti sperimentatori conta il sonetto, ai giorni nostri! Dopo Zanzotto, Raboni; e Patrizia Valduga, Gabriele Frasca, Giacomo Trinci... Bravi, ambiziosi, tenaci nel forzare dall’interno quella mirabile gabbia.
Non è detto, peraltro, che la parodia sia l’unica o la miglior garante di una superstite o rivitalizzabile «classicità»: nemmeno quando il parodiante indossi gli abiti solenni di Cardarelli - un coetaneo di Saba -, i cui modi smaccatamente leopardiani ebbero, fra il 1910 e il ’20, anche una ragione polemica. Ogni generazione ha comunque il suo parodiante geniale. Per intelligenza, garbo ed astuzia, spicca Giovanni Giudici. Il suo ammiccare alla tradizione alta, al Classico e all’Antico, fornisce con Salutz (1986) il più vivace esempio di come un artificio confessato - qui il rifacimento di un canzoniere d’amor cortese - riesca a culminare in una innegabile verità. È la prerogativa dei classici.
Non che il poeta più «classico» - inteso come il più abile - coincida per forza col più «grande». Se personalmente individuo in Luzi il «maggiore» tra i poeti del secondo Novecento, non mi nascondo che questa predilezione dipende anche dall’essere la poesia di Luzi «intrinseca» alla mia vita; e capisco che «grandezza» non corrisponde necessariamente a «novità». E allora? C’è un metro un po’ meno empirico e soggettivo? Probabilmente no. Il buon lettore andrà in cerca del suo poeta ideale, che intrecci lo slancio innovativo con l’equilibrio tra «forme» e «messaggi» a cui dà il nome di «tradizione». Tradizione che, per i più, è un freno; per altri, una minoranza, è un invito, una sfida. Tra gli sfidanti emerge Fernando Bandini: autore di versi pregevoli nella più illustre delle lingue morte, il latino; ma soprattutto di libri come Santi di Dicembre e Dietro i cancelli e altrove; il mondo classico vi si riaffaccia qua e là perfino nelle figure, nei miti, ma - senza un dito di polvere sopra - aiuta a cantare e a sostenere col giusto ritmo la «gravità leggera» del nostro viver presente. E qui rammento volentieri Maura Del Serra, che ne L’opera del vento (2006) ha riunito un quarantennio di lirica religiosamente e filosoficamente nutrita. Siamo in un’aura di dignità «classica», ma agli antipodi della mimesi, della parodia.
Sul registro dialettale, la tradizione sussiste ma è un vincolo - direi - più lieve. E chi, pur educato sulla poesia «in lingua», scelga di esprimersi in dialetto, ha il privilegio di poter maneggiare due codici. Sul proprio idioma elettivo, il milanese, Franco Loi esercita quella capacità di contaminazione e di sintesi ch’è dei classici: la retorica del poetare «in lingua» fa lega con quella, meno impacciata, del poetare in dialetto. Credo che Loi, in questo, faccia scuola, e non solo in area lombarda: ne ho una prova sfogliando i versi friulani di Ida Vallerugo, Mistral (2010), uno dei più bei libri di questi anni; un piccolo classico per come, dal microcosmo di Meduno, ridà lena al giovanile sogno di Pasolini: fare del suo Friuli, liricamente, una terra simile a quella Provenza che era una straordinaria culla di poesia.