La ricetta anticrisi? Il decisionismo

La sinistra mondiale diffonde allarmi sui rischi di derive autoritarie,
ma gli esperti dicono il contrario Quadrio Curzio: "Sì a governi
interventisti". Delannoi: "Accentrare i poteri è un’assunzione di
responsabilità"

Quanto può essere forte un leader in democrazia? La sinistra non sembra aver dubbi: meno poteri ha, meglio è. In questi giorni Sarkozy è accusato da un intellettuale del calibro di Alain Duhamel di voler instaurare addirittura un regime bonapartista. E la piazza di sinistra risponde con entusiasmo: «Sarkò» non può che essere «fasciò». In Italia Berlusconi di tanto in tanto è sospettato di voler aggirare il Parlamento; mentre persino negli Usa l’idolo dei progressisti di tutto il mondo, Barack Obama, starebbe prendendo pericolose scorciatoie, a leggere quanto scrivono certi editorialisti conservatori.

Insomma, chiunque oggi sia al potere rischia di finire nel collimatore di contestazioni violente e con imputazioni pesantissime, come quella di nutrire mire anti-democratiche. Tempi duri, difficili e, forse, ingiusti. Già, perché di fronte a una crisi di dimensioni epocali, il tanto deprecato «decisionismo» può rivelarsi una virtù. Anzi, lo è senz’altro. Siamo sinceri: nell’Europa o nell’America del 2009 è davvero ipotizzabile una deriva autoritaria? «Assolutamente no», spiega Gil Delannoi, direttore di ricerca a Science Po di Parigi e allievo prediletto di Edgar Morin, «perché i Paesi occidentali hanno standard democratici ormai consolidati». Alberto Quadrio Curzio, preside della facoltà di Scienze politiche all’Università cattolica di Milano, è sulla stessa linea: «L’adesione all’Unione europea rappresenta un’ulteriore garanzia e preclude istituzionalmente qualunque tentazione dittatoriale».

Il problema, semmai, è esattamente opposto a quello evocato dalla sinistra più radicale, a cominciare dalla Francia dove, come osserva lo storico Max Gallo «esiste una tradizione che incoraggia la classe politica a dibattere molto e a decidere poco. Ma se si assecondano queste tendenze il risultato è l’ingovernabilità, come le vicissitudini del secolo scorso hanno dimostrato». Anche in tempi come questi, caratterizzati da una globalizzazione che rende simultaneo e dirompente il contagio, come, purtroppo, ormai sappiamo. A settembre la crisi sembrava solo americana e dunque, agli occhi di noi europei, remota, ma a metà novembre la recessione ci aveva già colpito. «In campo economico - osserva Alberto Quadrio Curzio - poter reagire rapidamente è indispensabile ed è un bene che il governo italiano abbia esercitato questa facoltà. Se avesse tergiversato avrebbe arrecato un danno ancora maggiore al Paese, perché avrebbe amplificato gli effetti della crisi, allontanando la ripresa».

E allora, perché non rafforzare ulteriormente le prerogative di chi guida l’esecutivo? «La Francia - spiega Gil Delannoi - attribuisce già al presidente molti poteri, più ancora che negli Stati Uniti, dove il Congresso ha molta autonomia rispetto alla Casa Bianca. Sarkozy semmai ha centralizzato ancor di più le funzioni esecutive e tende a sovrastare il premier e i ministri. Il che, però, può essere positivo, in quanto implica un’assunzione di responsabilità: se le cose andranno male non potrà scaricare le colpe su nessuno, come invece facevano Chirac e Mitterrand i quali, quando erano in difficoltà, cambiavano il primo ministro». Ma secondo Max Gallo «pensare che Sarkozy voglia diventare un nuovo Bonaparte o, perlomeno, un nuovo Napoleone III è assolutamente ridicolo».

E in Italia? Per Quadrio Curzio il presidenzialismo è difficilmente praticabile, poiché estraneo alle nostre tradizioni repubblicane. «Non credo - dice - che gli italiani accetterebbero volentieri una figura assimilabile a un sovrano pro tempore», ma questa crisi ha dimostrato l’utilità di un governo interventista. Ben venga la capacità di decidere in tempi di drammatica destabilizzazione economica, ovviamente «senza toccare i diritti della persona». E ben venga «un Parlamento migliore, che dovrebbe approvare meno leggi, ma più di qualità, sfoltire le normative inutili e varare testi unici, semplificando le leggi quadro». Una via del buon senso, quella suggerita dal preside della facoltà di Scienze politiche della Cattolica, che fa apparire sterili certe polemiche. Di più: inutili. Quel che conta in un mondo sempre più complesso è la capacità di conciliare il pragmatismo con la credibilità delle istituzioni.

È la lezione che giunge dall’America, come spiega Pietro S. Nivola, politologo di origini italiane del Brookings Institute, uno dei più prestigiosi think tank progressisti di Washington. «Barack Obama - dice - sta prendendo molte decisioni, rapidamente e ricorrendo talvolta ai decreti presidenziali, ma la democrazia americana non è certo in pericolo». A preoccupare Nivola non è il fatto che il capo della Casa Bianca adotti misure anche draconiane per risollevare l’economia, bensì il rancore che i cittadini nutrono verso grandi società un tempo rispettate. «L’indignazione per i bonus versati ai manager dell’Aig si sta trasformando in un’ondata populista dagli effetti imprevedibili», sostiene lo studioso americano. «Questa e altre società rischiano di essere abbandonate dai manager che dovrebbero ristrutturarle e se, come chiede l’opinione pubblica, verranno approvate leggi anti bonus con effetto retroattivo, si creerà una valanga processuale che rischia di paralizzare il sistema giudiziario».
Insomma, il rischio è che la reazione a un’ingiustizia finisca per generare paradossalmente altri guai, alimentando una catena di sventura che non sarebbe mai iniziata se il Congresso e le autorità di controllo di Borsa non si fossero lasciate plagiare dai colossi del mondo finanziario. Perché la qualità di una democrazia si giudica dalla coerenza e dalla rispettabilità delle sue istituzioni. Un leader, per quanto bravo e determinato, da solo non basta.