La ricetta contro la recessione

Egidio Sterpa

Giulio Natta ebbe il premio Nobel per la chimica nel 1963. Per l’Italia erano gli anni del miracolo economico. Nelle nostre università particolarmente quelle milanesi (Natta era direttore dell'Istituto di ricerca industriale del Politecnico; alla facoltà di medicina, presidente il grande Villa, la scuola del professor Trabucchi impegnava bravi ricercatori), l’attività di ricerca scientifica era allora intensa. Natta, che aveva studiato la sintesi degli alti polimeri, realizzò materie plastiche resistenti, da cui il famoso moplen, prodotto dalla Montecatini e divenuto patrimonio mondiale.
Sono lontani quegli anni. Da allora premi Nobel italiani ce ne sono stati ma di vera nostra formazione solo tre, due per la letteratura (Eugenio Montale, 1975; Dario Fo, 1997) e uno per la fisica (Carlo Rubbia, 1984). Gli altri del campo scientifico (Salvatore Luria, 1969; Renato Dulbecco, 1975; Rita Levi Montalcini, 1986; tutti e tre per la medicina) sono prodotti delle università americane, compreso Franco Modigliani, per l’economia, nel 1985.
Il confronto della ricerca italiana con quella di alri Stati evidenzia chiaramente il ritardo del nostro Paese. Nella sua relazione annuale del maggio scorso, il governatore di Bankitalia ha sottolineato che il settore pubblico spende per attività di ricerca, tra università e altri enti, lo 0,6 per cento del prodotto interno lordo, mentre i privati vi destinano lo 0,5%. Il che fa l’1,1 per cento, mentre in Germania è il 2,5%, il 2,2% in Francia, negli Stati Uniti il 2,7%, in Giappone il 3,1%. Un Paese che in questo momento investe moltissimo in ricerca è la Finlandia, soprattutto nelle tecnologie avanzate (biotech, nanotecnologie, microelettronica).
È chiaro che la ricerca ha una ricaduta sull’attività produttiva. Sta qui il motivo più importante della nostra recessione. È scaduta fortemente la nostra capacità innovativa: l’italian design e l’italian styling sono un ricordo. Sicché è diminuita la nostra produzione industriale, mentre altrove è aumentata (in Germania del 2,6 per cento), è aumentato il costo del lavoro (del 12,6% negli ultimi sei anni, mentre in Germania è sceso del 2,8%), è caduta l’esportazione.
Il lettore mi perdonerà questo noioso ricorso alle statistiche, ma è il modo più valido per spiegare il nostro declino, le cui radici sono indubbiamente lontane e le responsabilità appartengono a più settori; dalla politica all’impresa, fino alla scuola. È il prodotto di scelte sbagliate, del decadimento della classe imprenditoriale, di un capitalismo che ha difficoltà ad accumulare e che spesso si impegna in speculazioni piuttosto che in investimenti produttivi. Il rischio ormai è poco frequentato dal capitalismo italiano. Siamo, è vero, all’avanguardia nei settori della moda, dell’abbigliamento, degli oggetti per la casa, dei prodotti agricoli di qualità, ma siamo a livelli bassi nei settori dei computer, dell’automobile, della chimica, della farmaceutica, dell’aeronautica, dell’energia.
Persino nelle infrastrutture registriamo cadute. Anche qui sono lontani i tempi in cui un professore del Politecnico milanese, Aimone Jelmoni, realizzò la più lunga autostrada europea, quella del Sole, che accorciò l’Italia. In quegli anni venne costruita una rete di strade che unì i vari mondi regionali che l’orografia aveva tenuto separati per secoli.
Non sarà facile superare i ritardi e le difficoltà che stiamo vivendo. Ma non c’è dubbio che lo sforzo vero va fatto nel settore dell’istruzione e della ricerca, il che ovviamente richiede tempo e investimenti. Si tratta di elevare il nostro sistema scolastico, di renderlo adeguato ai bisogni del sistema produttivo, di dedicare grande attenzione, con contributi non avari, anzi possibilmente massicci, all’università e a chi vi insegna, in modo tale che gli atenei diventino davvero imprese del sapere e della ricerca.
Se non saremo capaci di queste innovazioni, di applicarci a questo grande compito, andremo verso il suicidio culturale e di conseguenza verso un collasso produttivo. Aspettiamo di vedere che cosa produrrà la riforma scolastica realizzata dall’ottima Moratti (riforma che arriva tardi comunque) e coltiviamo la speranza che le nostre università (70, con quasi due milioni di iscritti e 58mila docenti) riconquistino meriti e prestigio, il che può avvenire se salirà l’eccellenza dei docenti.
Mi capitò anni fa, durante un viaggio di studio nelle università americane di conoscere un professore - Gardner se ricordo bene il nome - che mi disse parlando del sistema di studi americano: «Se non lo rinnoviamo e lo rafforziamo, il risultato sarà per noi come la sconfitta in una terza guerra mondiale». Siamo un po’ messi così, oggi in Italia.