«Ricordare per evitare i totalitarismi»

Parte dal sacrario di Redipuglia il viaggio della memoria nelle terre istriano-dalmate del sindaco Gianni Alemanno e di circa 200 studenti di 25 scuole superiori della capitale per ricordare la tragedia delle foibe. Per prima cosa Alemanno depone una corona d’alloro ai piedi dei 22 gradoni che ospitano i resti dei 100mila soldati caduti nella prima guerra mondiale. Nel sacrario riposano anche 60mila militari ignoti, mentre gli altri 40mila sono disposti in loculi in ordine alfabetico. Dopo aver deposto la corona, davanti ad un picchetto d’onore che accompagna la cerimonia sulle note del silenzio, il sindaco - assieme all’assessore alle Politiche scolastiche Laura Marsilio - sale sulle gradinate fermandosi davanti alla lapide che ricorda due soldati con lo stesso cognome. «Sapevo che c’erano - ricorda - perché da piccolo mi portò qui mio padre».
Per Alemanno «il negazionismo è strappare pagine di storia al servizio dei potenti di turno». «Il totalitarismo - spiega ai ragazzi - negò il valore della persona e della vita e generò un enorme numero di morti e tragedie come la shoa e le foibe. Occorre ricordare perché non possa più tornare l’era dei totalitarismi». Subito due fuori programma per il sindaco e la comitiva che lo segue: la visita al cimitero austro-ungarico e quella alla risiera di San Sabba, «altra faccia del totalitarimo, unico campo di sterminio in territorio italiano», dice. Visitando il centro di raccolta profughi istriani, fiumani e dalmati di Padriciano, il sindaco svela ai giornalisti di aver avuto un incontro, prima di intraprendere il viaggio a Trieste e in Istria, con l’ambasciatore croato per spiegare il senso della visita. «Ripetiamo e ripeteremo sempre - insiste Alemanno - che i responsabili di questa tragedia non furono gli sloveni e i croati ma il regime comunista di Tito». Nel libro degli ospiti del museo il primo cittadino di Roma lascia un messaggio: «La memoria deve aiutarci a costruire il futuro. Europei senza dimenticare le radici della nostra Italia». «La forza dell’Europa - sottolinea ancora Alemanno - è di essere unita nella diversità, ma questa forza non significa dimenticare la propria appartenenza, perché il sentimento di identità nazionale e di amore di patria non deve mai essere perso». Il sindaco ritiene che oggi la riconciliazione sia possibile «a patto che ci si liberi dai veleni e dalle ideologie del ’900 che hanno creato l’immane tragedia». Nel campo di raccolta di Padriciano prendono la parola i profughi. E la commozione si fa sentire. Fioretta Filippaz Cherti ripercorre davanti agli studenti i giorni della paura, quelli della fuga e dell’abbandono delle proprie case. Poi descrive la vita nel campo di raccolta, dove rimase 12 anni, per sfuggire «alle foibe, alla libertà che non c’era più». E chiede «due pagine nei libri per raccontare la nostra storia». Anche Emilio Fatovic, oggi rettore del Convitto nazionale Vittorio Emanuele II di Roma, racconta l’odissea dei campi profughi e svela che per undici anni si è imposto di non parlare più croato, neanche con sua sorella.
Un’altra corona, questa volta di fiori, viene deposta sulla foiba di Basovizza. «Le foibe - dice Alemanno - sono state il primo passaggio di un progetto preciso e scientifico di pulizia etnica». La gita continua alla risiera di san Sabba «per avere il quadro completo di questa terra - spiega il sindaco - che ha vissuto una dialettica tra due totalitarismi che si scontravano generando una spirale di odio». «Quando si stacca la spina dell’umanità - sottolinea il primo cittadino - qualsiasi deriva diventa possibile». Ad ascoltare le parole di Alemanno, tra gli altri studenti, c’è il nipote diciassettenne del sindaco, Eduardo Arrigo, il figlio della sorella, alunno del Convitto nazionale. Che puntualizza. «Nessuna strumentalizzazione politica». Presto a Roma - Alemanno lo annuncia a Basovizza - verrà realizzata una «casa del ricordo» accessibile al pubblico.
Ieri mattina, in corrispondenza del viaggio della memoria, sulla tangenziale est, all’altezza di Ponte Lanciani, è comparso uno striscione con su scritto: «Infoibiamo i fascisti». Alemano viene informato. E subito sdrammatizza: «In una città con quasi tre milioni di abitanti c’è sempre qualche deficiente».