Ricordi, la Casa che ha fatto il Risorgimento della musica classica

Ancora oggi le edizioni critiche delle opere pubblicate sono il modo migliore per capire i grandi autori

Milano - Quando compì un secolo e mezzo, Casa Ricordi celebrò una sua festa a Parigi, e in serata di gala proiettarono il tenero e vecchio film con Paolo Stoppa, Tofano e Mastroianni in edizione francese; e apparì come titolo Maison Souvenirs. In fondo l'involontario gioco di parole toccava il vero: se Casa Ricordi, la nostra gloriosa editrice musicale, non è tutta nelle memorie del passato, il suo passato è talmente importante da caratterizzarla. Ed anche oggi in cui compie esattamente 200 anni, un po' smembrata fra Italia e Germania, ma sempre piena d’iniziative, è proprio la sua gloriosa storia a darle lustro e prestigio straordinari.

Fu, a guidarla, una dinastia. Attraversò un tempo che cambiò il mondo come mai s'era pensato prima. Quando Giovanni, direttore ventenne della piccola orchestra del Gerolamo, teatro di marionette, e uomo saggio e preveggente, rinunciò al podio e aprì la prima tipografia, l'Italia unita e indipendente non c'era ancora: Mazzini aveva due anni e mezzo. Era il paese dell'opera, ma scriverle era un'attività frenetica e confusa. C'eran copisti bravi e anche copisti grami. Ricordi garantì dall'inizio precisione e qualità e in cambio ottenne la proprietà del materiale copiato, e presto ebbe l'incarico ufficiale dalla Scala. Giravano partiture spurie, abborracciate; Donizetti ripeteva invano: «Saette a chi pon mano alla musica altrui». E già nel '40 Giovanni otteneva dall'Austria e dal re di Sardegna il primo documento di quello che sarà poi il diritto d'autore.

I Ricordi erano immersi nella musica. Il figlio di Giovanni, Tito, era pianista di valore, e poteva suonare con i grandi, e s'occupò di organizzare concerti: Thalberg, Liszt... Nell'opera si trovò già fatto il contratto col giovane Giuseppe Verdi, conquistato fin dalla prima opera. L'azienda si sviluppava. Ma la forza di casa Ricordi era la vicinanza con gli autori, il far sentire loro iniziative concrete e anche appoggio morale, amicizia. E forti personalità accentratrici.

L'Italia attraversava l'epopea risorgimentale. Epoca dura, rischiosa. Giulio, ragazzo, avvertì il padre Tito solo poche ore prima di partire volontario nella guerra. Il patriottismo a metà secolo era una passione morale. Il teatro d'opera, ancora popolato d'ufficialetti austriaci, ne era, nel Lombardo-Veneto un covo neanche più segreto. Nel '59, alla Scala, quando in Norma s'accese il feroce coro «Guerra, guerra!» la gente scattò in piedi gridando di sì. Poco importava che la sacerdotessa Norma, eccitando il suo popolo alla guerra per vendetta amorosa contro un occupante traditore, lo mandasse in rovina. Giulio non aveva vent'anni e si agitò tanto da girare per il corridoio prendendo a calci le porte dei palchi. Non si sarebbe detto che sarebbe diventato un operista elegante e tanto meno un diplomatico psicologo.

Invece capì straordinariamente gli artisti e i segni dei tempi. Quando vide gli intellettuali «scapigliati» che schernivano Verdi come provinciale semplificatore, riuscì a catturarne uno, il più bravo, Arrigo Boito, e trasformarlo in devoto, provvido librettista per le impensate ultime opere, Otello e Falstaff. Verdi era permaloso; quando non aveva ancora annunciato che avrebbe lavorato al Falstaff, e lesse su un giornale diretto da Giulio che Rossini lo giudicava inadatto a un'opera buffa, scrisse brusco all'editore dicendo che avrebbe dato la stampa dell'opera a un altro; e Giulio lo riconquistò rispondendo al volo tutto felice per aver avuto la conferma che davvero avrebbe composto l'opera buffa! Quasi fosse la sola cosa importante...

Fu anche l'amico, il padre artistico di Puccini: anche qui, con lo stile di famiglia, gli pubblicò la prima opera quando nessuno sapeva che Puccini fosse Puccini; quando pensò che Illica e Giacosa sarebbero stati una coppia ideale per scrivere il libretto di Puccini, fece credere, più a meno, a tutt'e due che l'altro aveva già un contratto ma che bisognava salvare Puccini dal suo lavoro...

Poi venne Tito secondo, e capì che ormai diventava decisiva la qualità dello spettacolo nelle opere che restavano in repertorio; accolse la lezione di Donizetti e Verdi e diede fondamento alla nascita d'una vera regia d'opera. Si ritirò dopo la prima guerra mondiale; e da allora furono personaggi fuori dalla famiglia a guidare l'azienda. Che non poteva avere più la forza dirompente di prima, e che cercò comunque, con criteri forse anche discutibili, ma fedeli alle speranze di sempre, di privilegiare la qualità e la ricerca del nuovo.

Fin quando, negli ultimi decenni, un atto di cultura ricollegò Casa Ricordi ai suoi inizi geniali: fu iniziata la serie delle edizioni critiche delle opere. Non solo controllando l'esattezza delle copie sui manoscritti originali; ma anche studiando, proponendo, discutendo, le varianti piccole e grandi che l'autore aveva introdotto secondo interpreti, luoghi, anni differenti. Così, i grandi musicologi d'oggi ripetono idealmente quello che Giovanni Ricordi aveva fatto fare alle origini, assicurandosi che tutta la carta straccia presente in teatro fosse di proprietà sua, appunti, annotazioni, correzioni, pagine buttate via... Li vedo in palcoscenico e dintorni frugare quasi con aria distratta, accanitamente. E non c'è segno che non ridiventi vivo, e il passato continua a inventarsi nel futuro.