Ricostruzione vera, oltre le ideologie

Nella fortezza di Toledo c’erano solo 7 cadetti ma il generalissimo, alla fine, nascose la verità e così l’eroica impresa dei «ragazzi dell’Alcázar» fece il giro del mondo

Viva la muerte!, il nuovo libro di Arrigo Petacco (Mondadori, pagg. 248, euro 18), reca come sottotitolo «Mito e realtà della guerra civile spagnola 1936-39», e dunque il lettore è subito informato che si tratta di una lettura del tragico evento sfrondata di ogni enfasi ed eccesso depositato dalle parti interessate. Nondimeno il titolo in castigliano - ¡Viva la muerte! - accoglie il grido di battaglia del generale Millán Astray, fondatore della Legione Straniera, lanciato nel paraninfo dell’Università di Salamanca. «Grido necrofilo e insensato», protesta coraggiosamente il rettore dell’Università, il grande scrittore Miguel de Unamuno, che provoca il noto proclama del collerico generale: «¡Muera la inteligencia! Viva la muerte!».
Il racconto della guerra civile spagnola tracciato da Petacco ricostruisce con precisione di dati e ricchezza di aneddoti i principali avvenimenti che hanno determinato il conflitto bellico e al contempo aiutano a spiegare la partecipazione massiccia di tanti giovani volontari, rappresentanti delle opposte ideologie, accorsi in Spagna da ogni parte d’Europa e anche dall’America. A cominciare dal primo capitolo, così eloquente fin dal titolo: «Un doppio funerale accese la miccia», truce premessa all’esplosione della violenza che poco dopo sarebbe esplosa, incendiando l’intero Paese. Ma già dal quadro emerso dal prologo, il lettore sa di ripercorrere una vicenda storica tra le più cruente, confortato dal giudizio equilibrato dello studioso.
Nessuna reticenza nel denunciare violenze ed atrocità commesse da una parte o dall’altra, già iniziate durante il governo Azaña prima ancora del pronunciamiento militare («Secondo un resoconto delle Cortes, dal 16 febbraio al 17 giugno si registrano 269 morti, 1287 feriti, 160 chiese distrutte e 251 saccheggiate»); né alcun ossequio da parte dello storico-giornalista nei confronti degli scrittori e delle grandi firme del giornalismo mondiale (Malraux, Hemingway, Dos Passos, Koestler, Ehrenburg, Orwell), impegnati in una gara «a chi mentiva di più». Ad esempio - informa Petacco - Arthur Koestler, futuro autore di Buio a mezzogiorno, allora agente infiltrato in Spagna del Comintern, pubblicava i suoi articoli, ritenuti esempi di ammirevole obiettività, sotto il controllo del comunista tedesco Willi Münzenberg, che sovente li cestinava perché considerati poco propagandistici.
Il libro segue un tracciato diacronico che ricostruisce l’epopea dei grandi episodi militari della guerra vissuti dai due fronti lungo l’austera e dispersa geografia del Paese: l’assedio di Alcázar, la difesa di Madrid, Guernica, la fine della Repubblica ecc., senza dimenticare di analizzare il coinvolgimento di Mussolini nel conflitto e la presenza dei soldati italiani in Spagna, di cui informano i capitoli «La battaglia di Guadalajara», «La conquista di Santander» e «La brigata Garibaldi tra due fuochi». A proposito della prima campagna, nell’imminenza dello scontro, veniamo a sapere del contrasto tra la circolare inviata dal nostro ministro degli Esteri che, fatti salvi i prigionieri spagnoli, invitava a passare subito per le armi «i mercenari internazionali e naturalmente per primi i rinnegati italiani», mentre il contrordine perentorio inviato dal generale Roatta recitava. «I prigionieri non (dico non) devono essere fucilati. Non vi è alcun eroismo nell’uccidere gli inermi». Anche qui, nel momento drammatico della lotta e della ferocia, emergono due Italie, due diversi comportamenti, il primo ottuso e fazioso; il secondo (che in parte ci conforta), civile ed umano.
Merito indubbio del libro ¡Viva la muerte! è lo sforzo dell’autore di allontanare ogni forma di mito creato proditoriamente dalle diverse ideologie, restituendo il racconto alla semplice realtà dei fatti, a cui oggi possiamo accedere grazie all’abbondante documentazione storica uscita negli ultimi anni degli archivi segreti russi. Petacco esamina in profondità due casi elevati a esempi emblematici di eroismo e orrore da parte delle due diverse fazioni: l’assedio dell’Alcázar di Toledo, difeso dal comandante nazionalista Moscardó, e il bombardamento di Guernica, immortalato dalla celebre icona di Picasso, per giungere alla conclusione che entrambi i miti sono frutto di esagerazione e menzogna. Sul primo, si possono leggere i brani che pubblichiamo qui accanto, mentre sul secondo va corretta la vulgata antifascista riguardo la gratuità dell’attacco aereo e l’entità del disastro. Inoltre, sulle intenzione del dipinto, il libro riconferma un dato conosciuto, e cioè che «Picasso lo aveva già terminato nel 1935 e intitolato originariamente La corrida, su incarico della città di Malaga, che voleva commemorare il celebre torero José Gómez Ortega».
La guerra di Spagna fu un evento tragico che divise e sconvolse un Paese lasciandolo in un terribile bagno di sangue. Ricordiamolo: una delle prime vittime innocenti fu un poeta, l’indimenticabile Federico García Lorca. Questa nuova lettura di Arrigo Petacco, che oltre tutto si fa apprezzare per la chiarezza ed eleganza della scrittura, conferma un’amara verità: la terribile mostruosa violenza, causa di innumerevoli morti, che accomuna le due ideologie. Ma oggi - e diamo la parola all’autore - «col senno del poi, possiamo serenamente affermare che se al posto di Franco avessero vinto i suoi avversari, invece di una Spagna fascista avremmo avuto una Spagna comunista. Insomma: dalla padella alla brace».