Ridolfi, quasi un «no global» dell’architettura italiana

Scriveva: «Oggi si costruisce una città omologata Ci vuole più libertà espressiva»

Silvia Castello

«Quando ci si deciderà a scrivere la storia dei fermenti autocritici che nacquero in seno al movimento moderno, negli anni a cavaliere del secondo conflitto mondiale, si capirà fino in fondo l’importanza dell’architettura di Mario Ridolfi, non solo nel contesto del razionalismo italiano, ma anche nel panorama internazionale nel quale meriterebbe una posizione di rilievo accanto a Gunnar Asplund, Alvar Aalto, J.P. Oud e Giuseppe Terragni» scrive Paolo Portoghesi nella presentazione della rassegna «Mario Ridolfi Architetto» a cura di Enrico Valeriani e Alida Moltedo, che sarà visibile all’Accademia di San Luca fino al 7 dicembre.
L’itinerario espositivo si articola lungo un arco cronologico che ripercorre tutta l’attività dell’architetto romano e ne evidenzia i nodi tematici più rilevanti. Attraverso una ricca scelta di disegni originali, tra cui alcuni inediti, con materiali provenienti in massima parte dal Fondo Ridolfi-Frankl-Malagricci si apre il percorso intellettuale di Ridolfi (1904-1984): dagli inizi del Razionalismo italiano, alla fine degli anni Venti, ai concorsi di architettura (l’ufficio postale di piazza Bologna del 1932-34); dall’esperienza della cultura tecnica tedesca dovuta alla collaborazione con Wolfgang Frankl, alla riflessione sul tema delle abitazioni fino alla compilazione delle tavole tecniche di uso corrente nello studio professionale che comprenderà anche Domenico Malagricci, al Manuale dell’architetto del 1946.
Dal progetto per la stazione Termini della fine degli anni Quaranta al tema della ricostruzione; dai progetti residenziali per l’Ina negli anni Cinquanta e a quelli per gli edifici pubblici come l’Asilo Olivetti di Ivrea. A proposito di questo progetto affronterà il problema dell’omologazione. «La natura ci dice che tutte le specie di organismi viventi sono simili tra loro, eppure ciascuno ha la propria individualità. Il raggiungimento di questa condizione in architettura sembra essere in antitesi con l’attuale modo di pensare e di costruire la città, modo che impone una forte omologazione di risultati: il vero problema sta proprio nel riuscire ad ottenere possibilità di variazioni che consentano una libertà espressiva».