Riecco la Bibbia (laica) del politicamente scorretto

<em>La chiusura della mente americana</em> è il saggio più dirompente sui
disastri del ’68 made in Usa. Anticipò la critica al conformismo
radical-chic: nel 1987 Allan Bloom denunciò la superficialità dei figli dei fiori e il relativismo 

Nel 1987 non era poi così tardi per scagliare Platone sulle teste vuote degli studenti e degli insegnanti reduci del Sessantotto, poiché, in un ventennio, le cose erano solo peggiorate. La rivoluzione studentesca aveva portato soltanto un grande conformismo di vedute, e quel che è peggio anche una rilassata, innocente e diffusa ignoranza.
E fu così che professor Allan Bloom prese in mano la penna e scrisse La chiusura della mente americana, un saggio sui misfatti dell’istruzione egualitaria, della dialettica pseudomarxista e del dolce relativismo culturale. Subito dopo l’uscita, il libro rimase in cima alle classifiche del New York Times per quattro mesi, vendette mezzo milione di copie, e fu tradotto in tutto il mondo alla velocità della luce: in Giappone ci furono risse fuori dalle librerie per assicurarselo, sebbene fosse un testo difficile, in cui persino i titoli dei capitoli spaziavano da «La nietzscheanizzazione della sinistra o viceversa» a «Dall’Apologia di Socrate al Rektoratsrede di Heidegger».
In Italia apparve dodici mesi dopo l’uscita statunitense, per Frassinelli, vendette poco e presto uscì dal mercato. Mentre nel resto del mondo si è continuato a studiarlo - negli istituti di strategia politica, nei think tank conservatori e, di nascosto, anche i quelli di sinistra, nonché, ovviamente, nelle università e da chiunque sia interessato alla cultura umanistica - qui da noi, fino a due settimane fa bisognava fotocopiarselo in biblioteca.

Ora, però, la casa editrice Lindau ripubblica La chiusura della mente americana (pagg. 464, euro 24,50) con l’originale prefazione di Saul Bellow, che di Bloom fu molto amico. Si tratta di un’operazione culturale oltremodo consona a un momento storico che vede sovrapporsi due fenomeni. Il primo: la débâcle definitiva di tutta la sterile filosofia del «politicamente corretto», del «diciotto per tutti» e dell’uguaglianza sfrenata. Il secondo: l’esigenza, sull’onda di una globalizzazione fuori controllo, di un recupero e di un rafforzamento dei valori culturali specifici di ogni civiltà, senza i quali, per esempio, l’Occidente sparirebbe come un volto sulla sabbia.

La chiusura della mente americana «fece infuriare - usiamo le parole di Bellow - i rappresentanti del mondo accademico. Vi erano elencati i difetti del sistema in cui loro si erano formati, la superficialità del loro storicismo, la loro debolezza per il nichilismo europeo. Denunciava che nessuna vera istruzione è possibile nelle università americane, tranne che per gli ingegneri aeronautici, gli esperti di computer e simili. Se Allan Bloom fosse stato un trombone o un parolaio, non sarebbe stato preso in considerazione. Era invece ragionevole e bene informato e i suoi argomenti perfettamente documentati. Tutti gli asini fecero causa comune contro di lui».

Che questi asini fossero studenti oppure professori oggi non stupisce più, e non è difficile capire perché. A un certo punto sia al di qua che al di là della cattedra il problema fosse uguale per tutti: si trattava dell’abbandono consapevole dell’idea fondativa che esista una verità da cercare e trovare e studiare, a favore di un’uguaglianza democratica di tutte le menti e le visioni del mondo, appiattite ciascuna nella propria «legittima» diversità, a cui anche il linguaggio doveva allinearsi: nacque così il politicamente corretto, pendant moralistico - ma non morale - del relativismo.

Nel capitolo dedicato al ’68, Allan Bloom racconta la sua tristezza nel constatare la remissività degli insegnanti davanti alla contestazione: «I professori, depositari delle nostre migliori tradizioni, cominciarono ad adulare ignobilmente quella che era solo una marmaglia, chiedendo perdono per non aver capito le più importanti questioni morali. Osservando questo spettacolo, continuava a venirmi in mente l’abusata frase di Marx: la storia si ripete sempre, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa». In altre parole, Bloom vedeva male la dialettica marxista che fornisce una «felice» soluzione per i nostri stili di vita relativi, poiché il rovescio della medaglia era che in politica prendesse piede una democrazia ben diversa da quelle antiche e del tutto esente da meritocrazia, tanto da impedire a un giovane di sperare di conquistare il primo posto; che l’istruzione si perdesse in una filosofia dell’uguaglianza, come poi è avvenuto; che, nei sentimenti, si finisse con l’uccidere l’Amore per sostituirlo col «sesso e le relazioni significative», ed è accaduto anche questo.
Tale il libro, tale l’autore: nato nel 1930 nell’Indiana da una famiglia povera, Allan Bloom fu allievo di Leo Strauss e Kojève e poi filosofo e scrittore celeberrimo dopo la pubblicazione di The closing of american mind. È morto nel 1992 a Chicago, alla cui università era affezionato più che a quelle di Yale, Cornell, Tel Aviv, tutti atenei dove insegnò. Ebreo, traduttore della Repubblica di Platone e dell’Emilio di Rousseau, convitato pirotecnico le cui maniere a tavola erano inqualificabili, era uno che non si poteva, racconta Bellow, «imitare con facilità. Non potevi neanche pensare di assomigliargli senza studiare, senza apprendere, senza affrontare i suoi esoterici problemi di interpretazione». Omosessuale, la sua morte ricorda quella di Michel Foucault. Esperto di gossip politico, dopo che col suo libro divenne milionario non fu più costretto a barattare argenteria Jensen tra i suoi colleghi per pagarsi lussuose abitudini - vestiti Armani, borse Vuitton, ottimo vino in bicchieri Baccarat o Lalique, sigari cubani, accendini Dunhill e penne Mont Blanc in oro massiccio - e quando scendeva a Parigi, felice come un bambino di trovarsi in Europa, prenotava nello stesso albergo di Kissinger e Nixon. Era un uomo che credeva possibile riproporre in qualsiasi tempo «ciò che di essenziale c’è nei dialoghi di Platone». Era anche una persona allegrissima. Ravelstein - il romanzo che Saul Bellow gli ha dedicato - inizia così: «Non è strano che i benefattori dell’umanità siano persone divertenti?».